Centro Internazionale Studi Sturzo di Asti e provincia
mercoledì 1 giugno 2011
mercoledì 26 gennaio 2011
ALCUNI STRUMENTI LEGISLATIVI IN ITALIA
PER FAVORIRE LA SOLIDARIETA’ E LA SUSSIDIARIETA’
La nostra società odierna è sempre più protesa verso la globalizzazione, ma questa è contrapposta alla cosiddetta glocalizzazione1 nel senso di una presenza forte, sempre più diffusa, verso il locale; emergono in molte realtà locali, sia nel mondo che in Italia, gruppi di persone che condividono un territorio limitato con la consapevolezza del vivere comune; questa realtà è fondata su diverse componenti: territoriali, sociali, politiche, economiche e culturali.
La condivisione di gruppi in un territorio limitato rafforza la qualità dei rapporti umani che si snodano su tre aspetti fondamentali: l’interscambio, la solidarietà e la cooperazione; questi hanno maggiore efficacia in ambito locale e, quindi, nei nostri comuni e nelle sue frazioni; tutto questo perché sono più stringenti i rapporti di vicinato.
Tali gruppi sono in grado di prevenire e riassorbire gli stati di disagio e abbandono sociale sostituendosi in un certo qual modo all’intervento dello Stato; sotto questo profilo associazioni di volontariato, cooperative sociali, enti non profit e, in un certo senso, anche i distretti, hanno la caratteristica di produrre, se così vogliamo dire, beni sociali ; questi soggetti sociali hanno la caratteristica di una forte prossimità alla persona, al gruppo sociale e alla famiglia, espressioni tipiche e rilevanti in ambiente locale. Questa è sussidiarietà.
In una società come la nostra il mercato globalizzato ha visto sempre più sacche di emarginazione sociale con grandi difficoltà di integrazione delle fasce più deboli delle comunità locali; si pensi agli adolescenti a rischio quelli senza padri ne maestri che hanno difficoltà a costruire una loro identità e alle ragazze madri che a volte trovano difficoltà nel conciliare i loro tempi di lavoro e di vita rendendo difficile seguire con pienezza il rapporto con i figli; al disagio minorile dovuto all’abbandono scolastico, alla crisi famigliare dovuto a separazioni e divorzi, ai grossi problemi di comunicazione della società odierna e alla ribellione all’esclusione e alla privazione di rapporti validi e significativi con la società; agli anziani la cui vita media si è allungata, un motivo di soddisfazione che deve essere visto non come un problema, ma come una risorsa per la società; senza dimenticare gli immigrati, i sofferenti psichiatrici e la prostituzione; insomma il campo è vasto e variegato.
Queste sacche di emarginazione sociale manifestano uno dei bisogni fondamentali dell’uomo: il bisogno di relazione che emerge in tutta la sua virulenza dal processo di esclusione e di abbandono messo in atto dalla comunità civile in un mondo globalizzato; il superamento di questo processo può avvenire con la partecipazione alle istituzioni e alla vita comunitaria nel locale.
Se manca una risposta a questo bisogno di relazione dei cittadini attraverso la partecipazione, il rischio frequente a cui si incorre è quello dell’emarginazione e quindi di una assoluta mancanza di integrazione nella vita in comunità; bisogno di relazione e partecipazione debbono quindi interagire fra loro per migliorare il rapporto tra l’individuo e la società perseguendo l’obiettivo di una qualità della vita di alto livello.
In Italia molti sono stati gli interventi legislativi significativi che hanno cercato di dare una risposta ai problemi di emarginazione e di degrado sociale favorendo quel processo di glocalizzazione spingendo, quindi, verso il locale2. Tutto ciò ha avuto indubbi benefici nella solidarietà e nella sussidiarietà, rafforzando il decentramento e le autonomie locali.
Sotto questo profilo è opportuno porre in evidenza la legge dell’8 Novembre 2000, n° 328 «Legge Quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali»); essa impone la predisposizione di piani e progetti nell’ambito socio-assistenziale che tengano conto della specificità dei bisogni e delle risorse della comunità locale; in questo senso, al comma 3 dell’art. 8 della 328/2000, viene dato mandato alle Regioni di determinare, tramite forme di concertazione con gli enti locali interessati,“gli ambiti territoriali, le modalità e gli strumenti per la gestione unitaria del sistema locale dei servizi sociali a rete”; nella determinazione degli ambiti territoriali le regioni prevedono incentivi a favore dell’esercizio associato delle funzioni sociali in ambiti territoriali di decentramento e del rispetto delle autonomie locali.
E’ interessante far presente che all’art. 3 della stessa legge si sottolinea chiaramente il concetto di sussidiarietà, infatti si cita che:” La programmazione e l’organizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali compete agli enti locali, alle regioni, ed allo stato…secondo i principi di sussidiarietà, cooperazione, efficacia, efficienza ed economicità…”;
Il quadro complessivo della 328/2000 raffigura una stretta collaborazione fra sociale e sanitario, fra pubblico e privato sociale; nella sostanza l’obiettivo è quello della integrazione di differenti soggetti sociali che insieme mettano al servizio della collettività le loro capacità nell’unitarietà di una programmazione sociale, organizzando una rete che si rivolga ad un targhet preciso di destinatari (i cittadini italiani e dell’Unione Europea, gli stranieri individuati ai sensi dell’art.41 del Dlgs 286/1998, i soggetti in condizioni di povertà o con reddito limitato, i cittadini con incapacità totale o parziale per inabilità fisica o psichica, i soggetti sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria che rendano necessari interventi assistenziali);
La legge promuove, altresì, lo sviluppo delle politiche sociali prevedendo la promozione della sperimentazione di modelli innovativi di servizi in grado di coordinare le risorse umane e finanziarie presenti a livello locale e di collegarsi altresì alle esperienze effettuate a livello europeo; la sperimentazione, quindi, di un sistema sociale che sappia risaltare bisogni e risorse del territorio, avendo un occhio di riguardo alle esperienze a livello europeo e alle complessità del fenomeno.
Ma l’aspetto più importante che si rileva nei meandri di questa legge è la valorizzazione del terzo settore al quale viene attribuito un ruolo rilevante considerandolo come gruppo di soggetti non profit in grado di essere autonomo e attivo, capace di gestire e offrire servizi; infatti nell’art. 5, riprendendo i soggetti del terzo settore, quali gli “…organismi non lucrativi di utilità sociale, delle associazioni e degli enti di promozione sociale, delle fondazioni e degli enti di patronato, delle organizzazioni di patronato, degli enti riconosciuti delle confessioni religiosi”, sottolinea come gli stessi partecipano alla gestione ed all’offerta dei servizi in “…in qualità di soggetti attivi nella progettazione e nella realizzazione concertata”; naturalmente questo sistema integrato di interventi e servizi sociali deve avere come obiettivo primario “…la promozione della solidarietà, con la valorizzazione delle iniziative delle persone, dei nuclei familiari, delle forme di auto-aiuto e di reciprocità e della solidarietà organizzata”.
Questo quadro normativo mette in luce come le organizzazioni del terzo settore vengono sempre più riconosciute come promotrici di attività volte all’interesse generale e come strumenti di partecipazione e di relazione; d’altro canto si rileva l’importanza della concertazione per la programmazione dei servizi e il favorire lo sviluppo dal basso dell’iniziativa dei cittadini, delle associazioni, del volontariato e delle imprese fondandosi su due aspetti: da un lato sull’autonoma capacità dei soggetti di “fare qualità” e dall’altro su una visione condivisa degli elementi qualificanti dei servizi sociali.
In questo quadro entrano in gioco i piani di zona, uno strumento fondamentale indicato dalla 328/2000 attraverso cui i Comuni, con il concorso di tutti i soggetti attivi nella progettazione debbono disegnare il sistema integrato di interventi e servizi sociali:
La legge specifica le finalità strategiche del piano di zona (art.19, comma 2) tra cui: “favorire la formazione di sistemi locali di intervento fondati su servizi e prestazioni complementari e flessibili “; “responsabilizzare i cittadini nella programmazione e nella verifica dei servizi”; qualificare la spesa e definirne i criteri di ripartizione sulla base di determinati obiettivi; prevedere iniziative di formazione degli operatori.
Tali finalità disegnano una stretta correlazione e concertazione tra i servizi sanitari, socio-assistenziali degli enti locali e tutto il variegato mondo degli Enti non profit e del volontariato rispondendo al forte principio di sussidiarietà e garantendo il rispetto della cultura, della identità e della libertà di scelta delle persone e delle comunità locali.
Un’altra legge che ha impresso un’accelerazione ad interventi significativi nel sociale è quella dell’8 marzo 2000, n. 53 «Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città».
Essa ha tracciato un solco importante per avviare politiche locali finalizzate alla conciliazione tra tempo privato e orari di lavoro, alla realizzazione di pari opportunità tra uomo e donna, al sostegno per genitori di soggetti portatori di handicap, al favorire il congedo per la formazione nonché al «…coordinamento dei tempi di funzionamento delle città e la promozione dell’uso del tempo per fini di solidarietà sociale».
Il riferimento alla solidarietà sociale la 53/00 allarga i confini del concetto dell’uso del tempo che non riguarda soltanto gli orari «degli esercizi commerciali, dei servizi pubblici e degli uffici periferici delle pubbliche amministrazioni…» ma si rivolge ad altre categorie inquadrate nell’ambito delle politiche sociali come quelle degli organismi non lucrativi di utilità sociale, degli organismi della cooperazione, delle associazioni e degli enti di promozione sociale, delle fondazioni e degli enti di patronato, delle organizzazioni di volontariato e degli enti riconosciuti delle confessioni religiose; tutti questi enti usano il loro tempo per obiettivi di solidarietà sociale e, quindi, agevolano e sollevano il tempo disagiato del disagio sociale.
Questa legge sottolinea il concetto di spazio - tempo che è collegato alla conciliazione dei tempi di vita e tempi di lavoro di tutti i rapporti, quelli tra genitori-figli, uomo-donna, dipendenti-imprenditori, giovani-anziani, nonché i ritmi d’uso dei luoghi mettendo in risalto l’aspetto del tempo sociale; questo ha caratteristiche diverse: nella sostanza l’uso del tempo dei cittadini riconosce e promuove la migliore articolazione dei tempi destinati all’attività lavorativa, alla vita di relazione, alla cura delle persone, alla crescita culturale e allo svago per un maggior autogoverno del tempo di vita personale e sociale.
In questo quadro riveste una rilevante importanza l’art. 27 che mette in risalto la Banca del Tempo3 come strumento atto a favorire la solidarietà e la reciprocità; gli aderenti di questa particolare Banca spendono il loro tempo ad offrire una determinata attività dando e ricevendo beni, servizi e sapere, senza l’intermediazione del denaro; essi emettono un assegno che attesta un credito di tempo da spendere chiedendo prestazioni ad altri soci; essa svolge, quindi, la funzione di mediazione tra crediti e debiti del tempo coordinando e mettendo in contatto i vari soci sulla base delle loro risorse e capacità.
La Banca del Tempo è una esperienza estremamente interessante volta a sostenere un Piano di Coordinamento dei tempi di vita dei cittadini in ambito locale favorendo i rapporti di vicinato; i suoi aderenti costruiscono attraverso uno scambio di risorse una stretta rete di solidarietà sociale creando, tra essi, un forte legame, scambiandosi il loro tempo libero con azioni che soddisfano la miriade di bisogni quotidiani che non possono essere affrontati dai servizi pubblici se non a prezzo di una complessa organizzazione.
Molte sono le risorse e le competenze utili alla comunità e ogni componente le può scambiare utilizzando il proprio tempo, unità di misura dello scambio: un esempio può essere l’esperto informatico che agevola lo studente che vuole impratichirsi sul variegato campo di internet; dei due soggetti il primo è creditore di una certa quantità di tempo che potrebbe utilizzare, ad esempio, a mezzo di un altro socio per la tinteggiatura della sua cucina o studio.
Tutto questo vale per qualsiasi altra attività: dall’offrire un trasporto in auto ad un’altra persona che né è priva, all’annaffiare le piante degli amici in vacanza, alla preparazione di una cena, alla sistemazione di una tapparella, all’insegnare la lingua italiana all’immigrato dei nostri quartieri o l’inglese allo studente in difficoltà, e così via.
In sostanza la Banca del tempo da valore al tempo di ogni persona che scambia nel suo tempo libero risorse e competenze utili al miglioramento e alla qualità delle relazioni tra individui.
È indubbio che un Piano di Coordinamento dei tempi/orari e Spazi di una città o di una Unione di Comuni, insieme alla Banca del Tempo, come suggerito dalla 53/00 e da altre leggi, offre una visione integrata di tutti i servizi pubblici che dovrebbero soddisfare gli aspetti soggettivi del vivere e, quindi, «…per gli individui appare sempre più ineludibile riuscire a stabilire un rapporto soddisfacente con le dimensioni fondamentali dell’esperienza, del tempo e dello spazio».4
E’ bene sottolineare che qualsiasi progettazione e modificazione del tempo di vita dei cittadini innesca indubbie ripercussioni sugli altri tempi per cui ogni attore sociale, dall’individuo all’interno di una famiglia o di un’organizzazione lavorativa, o un soggetto economico, o altro ancora, è collegato a tutta una serie di referenti: “…con cui interagisce (anch’essi situati all’interno di proprie organizzazioni temporali), qualsiasi trasformazione, anche minima, introdotta in ciascuno di questi sistemi provoca ripercussioni a catena e genera, di solito, disagi e pesanti processi di adattamento».
D’altra parte il tempo dei cittadini e lo spazio che essi occupano sono un binomio indissolubile; non si può parlare di tempo senza far riferimento allo spazio (spazi pubblici aperti come piazze, percorsi tematici, giardini urbani; ovvero spazi chiusi come stazioni ferroviarie, aeroporti, centri commerciali, teatri e auditori).
L’obiettivo è di un’idea di città come polis, comunità di uomini che trasformi il tempo liberato dal lavoro in tempo libero, attrezzandola come luogo vivo e vitale, in grado di costruire spazi pubblici e d’uso pubblico che assolvino, insieme ad un efficace coordinamento dei tempi di vita, sia alle funzioni ludico-ricreative dell’incontro, della socialità e dell’intrattenimento, sia di supporto alle attività della vita quotidiana quali principalmente la mobilità, l’offerta di servizi al cittadino e all’impresa, ecc
PER FAVORIRE LA SOLIDARIETA’ E LA SUSSIDIARIETA’
La nostra società odierna è sempre più protesa verso la globalizzazione, ma questa è contrapposta alla cosiddetta glocalizzazione1 nel senso di una presenza forte, sempre più diffusa, verso il locale; emergono in molte realtà locali, sia nel mondo che in Italia, gruppi di persone che condividono un territorio limitato con la consapevolezza del vivere comune; questa realtà è fondata su diverse componenti: territoriali, sociali, politiche, economiche e culturali.
La condivisione di gruppi in un territorio limitato rafforza la qualità dei rapporti umani che si snodano su tre aspetti fondamentali: l’interscambio, la solidarietà e la cooperazione; questi hanno maggiore efficacia in ambito locale e, quindi, nei nostri comuni e nelle sue frazioni; tutto questo perché sono più stringenti i rapporti di vicinato.
Tali gruppi sono in grado di prevenire e riassorbire gli stati di disagio e abbandono sociale sostituendosi in un certo qual modo all’intervento dello Stato; sotto questo profilo associazioni di volontariato, cooperative sociali, enti non profit e, in un certo senso, anche i distretti, hanno la caratteristica di produrre, se così vogliamo dire, beni sociali ; questi soggetti sociali hanno la caratteristica di una forte prossimità alla persona, al gruppo sociale e alla famiglia, espressioni tipiche e rilevanti in ambiente locale. Questa è sussidiarietà.
In una società come la nostra il mercato globalizzato ha visto sempre più sacche di emarginazione sociale con grandi difficoltà di integrazione delle fasce più deboli delle comunità locali; si pensi agli adolescenti a rischio quelli senza padri ne maestri che hanno difficoltà a costruire una loro identità e alle ragazze madri che a volte trovano difficoltà nel conciliare i loro tempi di lavoro e di vita rendendo difficile seguire con pienezza il rapporto con i figli; al disagio minorile dovuto all’abbandono scolastico, alla crisi famigliare dovuto a separazioni e divorzi, ai grossi problemi di comunicazione della società odierna e alla ribellione all’esclusione e alla privazione di rapporti validi e significativi con la società; agli anziani la cui vita media si è allungata, un motivo di soddisfazione che deve essere visto non come un problema, ma come una risorsa per la società; senza dimenticare gli immigrati, i sofferenti psichiatrici e la prostituzione; insomma il campo è vasto e variegato.
Queste sacche di emarginazione sociale manifestano uno dei bisogni fondamentali dell’uomo: il bisogno di relazione che emerge in tutta la sua virulenza dal processo di esclusione e di abbandono messo in atto dalla comunità civile in un mondo globalizzato; il superamento di questo processo può avvenire con la partecipazione alle istituzioni e alla vita comunitaria nel locale.
Se manca una risposta a questo bisogno di relazione dei cittadini attraverso la partecipazione, il rischio frequente a cui si incorre è quello dell’emarginazione e quindi di una assoluta mancanza di integrazione nella vita in comunità; bisogno di relazione e partecipazione debbono quindi interagire fra loro per migliorare il rapporto tra l’individuo e la società perseguendo l’obiettivo di una qualità della vita di alto livello.
In Italia molti sono stati gli interventi legislativi significativi che hanno cercato di dare una risposta ai problemi di emarginazione e di degrado sociale favorendo quel processo di glocalizzazione spingendo, quindi, verso il locale2. Tutto ciò ha avuto indubbi benefici nella solidarietà e nella sussidiarietà, rafforzando il decentramento e le autonomie locali.
Sotto questo profilo è opportuno porre in evidenza la legge dell’8 Novembre 2000, n° 328 «Legge Quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali»); essa impone la predisposizione di piani e progetti nell’ambito socio-assistenziale che tengano conto della specificità dei bisogni e delle risorse della comunità locale; in questo senso, al comma 3 dell’art. 8 della 328/2000, viene dato mandato alle Regioni di determinare, tramite forme di concertazione con gli enti locali interessati,“gli ambiti territoriali, le modalità e gli strumenti per la gestione unitaria del sistema locale dei servizi sociali a rete”; nella determinazione degli ambiti territoriali le regioni prevedono incentivi a favore dell’esercizio associato delle funzioni sociali in ambiti territoriali di decentramento e del rispetto delle autonomie locali.
E’ interessante far presente che all’art. 3 della stessa legge si sottolinea chiaramente il concetto di sussidiarietà, infatti si cita che:” La programmazione e l’organizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali compete agli enti locali, alle regioni, ed allo stato…secondo i principi di sussidiarietà, cooperazione, efficacia, efficienza ed economicità…”;
Il quadro complessivo della 328/2000 raffigura una stretta collaborazione fra sociale e sanitario, fra pubblico e privato sociale; nella sostanza l’obiettivo è quello della integrazione di differenti soggetti sociali che insieme mettano al servizio della collettività le loro capacità nell’unitarietà di una programmazione sociale, organizzando una rete che si rivolga ad un targhet preciso di destinatari (i cittadini italiani e dell’Unione Europea, gli stranieri individuati ai sensi dell’art.41 del Dlgs 286/1998, i soggetti in condizioni di povertà o con reddito limitato, i cittadini con incapacità totale o parziale per inabilità fisica o psichica, i soggetti sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria che rendano necessari interventi assistenziali);
La legge promuove, altresì, lo sviluppo delle politiche sociali prevedendo la promozione della sperimentazione di modelli innovativi di servizi in grado di coordinare le risorse umane e finanziarie presenti a livello locale e di collegarsi altresì alle esperienze effettuate a livello europeo; la sperimentazione, quindi, di un sistema sociale che sappia risaltare bisogni e risorse del territorio, avendo un occhio di riguardo alle esperienze a livello europeo e alle complessità del fenomeno.
Ma l’aspetto più importante che si rileva nei meandri di questa legge è la valorizzazione del terzo settore al quale viene attribuito un ruolo rilevante considerandolo come gruppo di soggetti non profit in grado di essere autonomo e attivo, capace di gestire e offrire servizi; infatti nell’art. 5, riprendendo i soggetti del terzo settore, quali gli “…organismi non lucrativi di utilità sociale, delle associazioni e degli enti di promozione sociale, delle fondazioni e degli enti di patronato, delle organizzazioni di patronato, degli enti riconosciuti delle confessioni religiosi”, sottolinea come gli stessi partecipano alla gestione ed all’offerta dei servizi in “…in qualità di soggetti attivi nella progettazione e nella realizzazione concertata”; naturalmente questo sistema integrato di interventi e servizi sociali deve avere come obiettivo primario “…la promozione della solidarietà, con la valorizzazione delle iniziative delle persone, dei nuclei familiari, delle forme di auto-aiuto e di reciprocità e della solidarietà organizzata”.
Questo quadro normativo mette in luce come le organizzazioni del terzo settore vengono sempre più riconosciute come promotrici di attività volte all’interesse generale e come strumenti di partecipazione e di relazione; d’altro canto si rileva l’importanza della concertazione per la programmazione dei servizi e il favorire lo sviluppo dal basso dell’iniziativa dei cittadini, delle associazioni, del volontariato e delle imprese fondandosi su due aspetti: da un lato sull’autonoma capacità dei soggetti di “fare qualità” e dall’altro su una visione condivisa degli elementi qualificanti dei servizi sociali.
In questo quadro entrano in gioco i piani di zona, uno strumento fondamentale indicato dalla 328/2000 attraverso cui i Comuni, con il concorso di tutti i soggetti attivi nella progettazione debbono disegnare il sistema integrato di interventi e servizi sociali:
La legge specifica le finalità strategiche del piano di zona (art.19, comma 2) tra cui: “favorire la formazione di sistemi locali di intervento fondati su servizi e prestazioni complementari e flessibili “; “responsabilizzare i cittadini nella programmazione e nella verifica dei servizi”; qualificare la spesa e definirne i criteri di ripartizione sulla base di determinati obiettivi; prevedere iniziative di formazione degli operatori.
Tali finalità disegnano una stretta correlazione e concertazione tra i servizi sanitari, socio-assistenziali degli enti locali e tutto il variegato mondo degli Enti non profit e del volontariato rispondendo al forte principio di sussidiarietà e garantendo il rispetto della cultura, della identità e della libertà di scelta delle persone e delle comunità locali.
Un’altra legge che ha impresso un’accelerazione ad interventi significativi nel sociale è quella dell’8 marzo 2000, n. 53 «Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città».
Essa ha tracciato un solco importante per avviare politiche locali finalizzate alla conciliazione tra tempo privato e orari di lavoro, alla realizzazione di pari opportunità tra uomo e donna, al sostegno per genitori di soggetti portatori di handicap, al favorire il congedo per la formazione nonché al «…coordinamento dei tempi di funzionamento delle città e la promozione dell’uso del tempo per fini di solidarietà sociale».
Il riferimento alla solidarietà sociale la 53/00 allarga i confini del concetto dell’uso del tempo che non riguarda soltanto gli orari «degli esercizi commerciali, dei servizi pubblici e degli uffici periferici delle pubbliche amministrazioni…» ma si rivolge ad altre categorie inquadrate nell’ambito delle politiche sociali come quelle degli organismi non lucrativi di utilità sociale, degli organismi della cooperazione, delle associazioni e degli enti di promozione sociale, delle fondazioni e degli enti di patronato, delle organizzazioni di volontariato e degli enti riconosciuti delle confessioni religiose; tutti questi enti usano il loro tempo per obiettivi di solidarietà sociale e, quindi, agevolano e sollevano il tempo disagiato del disagio sociale.
Questa legge sottolinea il concetto di spazio - tempo che è collegato alla conciliazione dei tempi di vita e tempi di lavoro di tutti i rapporti, quelli tra genitori-figli, uomo-donna, dipendenti-imprenditori, giovani-anziani, nonché i ritmi d’uso dei luoghi mettendo in risalto l’aspetto del tempo sociale; questo ha caratteristiche diverse: nella sostanza l’uso del tempo dei cittadini riconosce e promuove la migliore articolazione dei tempi destinati all’attività lavorativa, alla vita di relazione, alla cura delle persone, alla crescita culturale e allo svago per un maggior autogoverno del tempo di vita personale e sociale.
In questo quadro riveste una rilevante importanza l’art. 27 che mette in risalto la Banca del Tempo3 come strumento atto a favorire la solidarietà e la reciprocità; gli aderenti di questa particolare Banca spendono il loro tempo ad offrire una determinata attività dando e ricevendo beni, servizi e sapere, senza l’intermediazione del denaro; essi emettono un assegno che attesta un credito di tempo da spendere chiedendo prestazioni ad altri soci; essa svolge, quindi, la funzione di mediazione tra crediti e debiti del tempo coordinando e mettendo in contatto i vari soci sulla base delle loro risorse e capacità.
La Banca del Tempo è una esperienza estremamente interessante volta a sostenere un Piano di Coordinamento dei tempi di vita dei cittadini in ambito locale favorendo i rapporti di vicinato; i suoi aderenti costruiscono attraverso uno scambio di risorse una stretta rete di solidarietà sociale creando, tra essi, un forte legame, scambiandosi il loro tempo libero con azioni che soddisfano la miriade di bisogni quotidiani che non possono essere affrontati dai servizi pubblici se non a prezzo di una complessa organizzazione.
Molte sono le risorse e le competenze utili alla comunità e ogni componente le può scambiare utilizzando il proprio tempo, unità di misura dello scambio: un esempio può essere l’esperto informatico che agevola lo studente che vuole impratichirsi sul variegato campo di internet; dei due soggetti il primo è creditore di una certa quantità di tempo che potrebbe utilizzare, ad esempio, a mezzo di un altro socio per la tinteggiatura della sua cucina o studio.
Tutto questo vale per qualsiasi altra attività: dall’offrire un trasporto in auto ad un’altra persona che né è priva, all’annaffiare le piante degli amici in vacanza, alla preparazione di una cena, alla sistemazione di una tapparella, all’insegnare la lingua italiana all’immigrato dei nostri quartieri o l’inglese allo studente in difficoltà, e così via.
In sostanza la Banca del tempo da valore al tempo di ogni persona che scambia nel suo tempo libero risorse e competenze utili al miglioramento e alla qualità delle relazioni tra individui.
È indubbio che un Piano di Coordinamento dei tempi/orari e Spazi di una città o di una Unione di Comuni, insieme alla Banca del Tempo, come suggerito dalla 53/00 e da altre leggi, offre una visione integrata di tutti i servizi pubblici che dovrebbero soddisfare gli aspetti soggettivi del vivere e, quindi, «…per gli individui appare sempre più ineludibile riuscire a stabilire un rapporto soddisfacente con le dimensioni fondamentali dell’esperienza, del tempo e dello spazio».4
E’ bene sottolineare che qualsiasi progettazione e modificazione del tempo di vita dei cittadini innesca indubbie ripercussioni sugli altri tempi per cui ogni attore sociale, dall’individuo all’interno di una famiglia o di un’organizzazione lavorativa, o un soggetto economico, o altro ancora, è collegato a tutta una serie di referenti: “…con cui interagisce (anch’essi situati all’interno di proprie organizzazioni temporali), qualsiasi trasformazione, anche minima, introdotta in ciascuno di questi sistemi provoca ripercussioni a catena e genera, di solito, disagi e pesanti processi di adattamento».
D’altra parte il tempo dei cittadini e lo spazio che essi occupano sono un binomio indissolubile; non si può parlare di tempo senza far riferimento allo spazio (spazi pubblici aperti come piazze, percorsi tematici, giardini urbani; ovvero spazi chiusi come stazioni ferroviarie, aeroporti, centri commerciali, teatri e auditori).
L’obiettivo è di un’idea di città come polis, comunità di uomini che trasformi il tempo liberato dal lavoro in tempo libero, attrezzandola come luogo vivo e vitale, in grado di costruire spazi pubblici e d’uso pubblico che assolvino, insieme ad un efficace coordinamento dei tempi di vita, sia alle funzioni ludico-ricreative dell’incontro, della socialità e dell’intrattenimento, sia di supporto alle attività della vita quotidiana quali principalmente la mobilità, l’offerta di servizi al cittadino e all’impresa, ecc
1 Dalla Tesi di laurea «La certificazione Etica nelle cooperative sociali» di Claudia Solaro alla Facoltà di Economia e Commercio di Torino - Relatore Prof. Guido Lazzaroni - Correlatori: Prof. S. Maiorca, dott. Marcello Figuccio e Dott.ssa M. Santagati - 11 luglio 2003 - anno accademico 2002-2003.
2 Da «Quaderni Amministrativi» 1° Trim 2007 «Il Piano di coordinamento dei tempi orari e spazi di una Unione di Comuni o di città: uno strumento efficace di solidarietà sociale» e nel II° Trim “Il ruolo del volontariato e il terzo settore nell’ambito di un efficiente piano di coordinamento dei tempi di vita dei cittadini” di Marcello FIGUCCIO – Saggi scritti sulla base di analisi e successivi progetti pilota sui tempi di vita dei cittadini con annessi progetti pilota sul «Piano di coordinamento dei Tempi/Orari/ Spazi e Banca del Tempo» del Comune di Asti e di quattro Unioni di Comuni: «Alto Astigiano», «Colline Alfieri», «Castelli tra l’Orba e la Bormida» e «Colli Tortonesi».
3 da “Quaderni amministrativi” del I° Trim. 2008 “Banche del Tempo e la loro funzione per il rafforzamento nel locale” di Figuccio Marcello
4 Da «Sociologia e progettazione del territorio» di Alfreo Mela, Maria Carmen Belloni e Luca Davico - Edizioni Carocci
Marcello Figuccio
Presidente CISS di Asti e provincia
venerdì 14 gennaio 2011
Ceto medio, lavoro e decentramento politico, amministrativo ed economico
i punti cardini del programma politico del partito popolare italiano di Luigi Sturzo
In un articolo pubblicato nel febbraio 1933 su Res Pubblica, “Inquietudini e orientamenti”, Sturzo faceva riferimento a tre fattori principali di inquietudine: la disoccupazione operaia, la prevalenza delle tendenze estreme, la debolezza dei governi.
Queste inquietudini derivavano dai dati preoccupanti di allora che vedeva un aumento di disoccupazione che si era estesa e aggravata dalla crisi mondiale del 1929 (secondo i dati della Società delle Nazioni la disoccupazione nei paesi industrializzati nel 1932 superò i 25 milioni di unità, cifra cui bisogna aggiungere i milioni di lavoratori agricoli e di contadini che, se non disoccupati, erano occupati quasi ovunque solo parzialmente); dati che non si discostano molto oggi di fronte ad una crisi economica che assomiglia molto a quella del ’29; infatti, in un rapporto del l’Organizzazione internazionale del lavoro il “Global employment trends” presentato nel 2008 a Ginevra, si rileva che: “Entro la fine dell’anno i disoccupati nel mondo potrebbero essere quasi 200 milioni, 18 in più rispetto ai 180 milioni del 2007 (+10%). Ma a causa della crisi economica, i senza lavoro in più nel mondo potrebbero arrivare anche a 51 milioni di unità in più rispetto a tre anni fa”. Solo nei pesi industrializzati e l’Unione europea la disoccupazione è aumentata rispetto al 2007 dal 5,7% al 6,4% con un numero di senza lavoro cresciuto di 3,5 milioni di unità, toccando quota 32,3 milioni di disoccupati. I tassi più alti di disoccupazione sono sempre in Nord Africa (10,3%) e Medio Oriente (9,4%), i più bassi sono sempre in estremo Oriente (3,8%).”
La situazione si è ulteriormente aggravata se pensiamo ci troviamo di fronte ad un rapido succedersi di crisi monetarie, di forte indebitamento dei paesi in via di sviluppo, di radicalizzazione degli squilibri economici a livello mondiale e di disoccupazione sempre più crescente in tutto il mondo, la continua distruzione del ceto medio, l’allargarsi della disparità tra ricchi e poveri e un aggravarsi di una concezione sempre più economicistica e materialistica dello sviluppo, senza dimenticare l’allargarsi della schiera del lavoro precario che determina una insicurezza per il futuro dei giovani.
Una situazione indubbiamente grave che mi fa riprendere quello che affermò Sturzo in Inquietudini e orientamenti:”La mancanza di prospettiva immediata di lavoro e la quasi nessuna speranza di una prossima ripresa, opprime gli animi di milioni e milioni di disoccupati. Questo stato d’animo è moralmente così dannoso alla psicologia sociale, quanto è più dannosa l’inerzia fisica che fa perdere a molti l’allenamento del lavoro, senza che nessuno utilizzi le loro braccia ed educhi allo sforzo quotidiano di un utile attività fisica, ne resta demoralizzata. E’ facile cominciare ad odiare la società e a sviluppare gli istinti perversi, quando non si ha uno scopo utile nella vita…Il fatto che oggi vi è una massa di gioventù che tra i venti e i trent’anni (1923-1932) non ha lavorato quasi mai, è di una gravità psichica e sociale che non ha l’uguale.”
Sturzo sostiene tra, l’altro come il fenomeno della disoccupazione “…rimane nella sua imponenza come connesso alla crisi economica, si che solo da una ripresa generale se ne può sperare un’attenuazione sensibile e con larghi effetti psicologici-sociali”
D’altra parte è indubbio che essa porterà ad un assetto politico dove si agitano i più gravi problemi sociali: “…la disoccupazione, allo stato diffuso e ogni ora crescente accentua le tendenze politico-sociali estremiste” in periodi di crisi profonde portano inevitabilmente “…alla sfiducia nell’ordine attuale, reazione contro una società incapace di risolvere i problemi della vita quotidiana, eccitamento verso soluzioni avveniristiche, tutto spinge agli estremi di una negazione o rivoluzionaria o reazionaria... simili elementi ingigantiscono e possono divenire dannosi, proprio come certi bacilli, che vivono in noi allo stato latente, ma quando capita l’influenza (ne è l’epoca) acquistano per essa una virulenza straordinaria”.
Ed è con queste considerazioni che Sturzo denuncia il pericoli di queste forze estreme che vanno a danno dell’efficienza dei partiti e delle correnti medie e sostiene che nella dinamica sociale “…il fattore precipuo di stabilità e progresso è dato dalla risoluzione equilibrata delle propulsioni degli estremi verso un’equazione media”; in questo senso il ceto medio rappresenta per Sturzo un valore fondamentale sia psicologico-morale che economico-politico; d’altra parte l’economia e il lavoro rappresentano i cardini portanti per la crescita economica e sociale di un paese che porta l’uomo alla sua giusta dignità.
Egli considerava il partito popolare italiano un partito interclassista che aveva in prevalenza nelle sue basi le “…classi medie e di cultura e nelle classi lavoratrici”; queste classi rappresentarono un punto focale del programma del partito popolare italiano di Sturzo attraverso cui egli tenta di tracciare una nuova via economica.
A proposito dei ceti medi Sturzo, nel suo discorso tenuto a Torino nel salone della Camera di Commercio il 20 dicembre 1922, ne fa un punto focale del programma politico del Partito popolare italiano sostenendo che: “…i ceti medi – sotto l’assillo, aspro e duro, della loro crisi economica – acquistano, per la loro cultura e la loro esperienza produttiva, per il modesto tenore di vita e lo spirito di risparmio, una potenzialità costruttiva superiore alla loro potenzialità economica. Essi danno la maggior parte dei loro uomini alla cultura, alla tecnica, all’amministrazione, all’industria e alla agricoltura direttiva, alle professioni liberali, al governo, a tutti i centri più vitali e più delicati del nostro congegno nazionale e statale. Questi ceti medi sono quelli che rinnovano le classi dominanti, che rilevano le correnti di educazione e di attività, sui quali si deve contare per l’avvenire del nostro paese; a questi ceti occorre dare una forza politica, che è mancata fin oggi, perché divisa fra la grande industria da un lato e l’organizzazione manuale dall’altro”. Il loro contributo avrebbe potuto dare al paese, secondo Sturzo, un notevole contributo per la elevazione dei valori morali.
D’altra parte riguardo al lavoro Sturzo, nel suo discorso programmatico tenuto a Milano il 1°ottobre 1920 dal tema “Crisi economica e crisi politica”, traccia un altro dei capisaldi fondamentali del suo programma politico e della sua attività politica e di nuova economia; egli propone di avvicinare “…il lavoratore ai mezzi di produzione e renderlo partecipe del valore produttivo, senza sopprimere né attenuare la individualità libera e operante.” Per arrivare a questo avvicinamento Sturzo propone l’azionariato popolare e la partecipazione “…comunque costruita, alle aziende industriali; lo sviluppo cooperativistico nelle imprese dove il lavoro è molto e l’alea è ridotta e limitata; sono postulati del partito popolare italiano, per arrivare a due termini fondamentali: la trasformazione del salariato in collaboratore cointeressato allo sviluppo dell’azienda, e quindi alla gioia e ai dolori della produzione; e la trasformazione della grande impresa centralizzata, capitalistica, monopolistica, in industrie a largo cointeresse sociale e perciò sindacate.”
Tutto questo per superare il concetto della cultura classica liberale che aveva visto “Il salariato assente dalla produzione, merce ed elemento di contrattazione, lasciato al gioco delle sorti prospere o avverse della grande industria…”, facendo cadere la società ad una crisi morale, economica oltre che politica.
L’obiettivo era quello di combattere la logica socialista di acutizzazione dei rapporti con il capitale, rinunciare alla lotta di classe e tendere alla “trasformazione dei rapporti del lavoro e alla eliminazione del grande salariato, e ciò sia pure come contingenza, anche attraverso la lotta di classe, per arrivare per approssimazioni pratiche alla collaborazione delle classi come suo termine finalistico.”
Sturzo nel suo programma politico non ha fatto altro, come sostenne, “… che seguire la via tracciata da Leone XIII nella Rerum Novarum”,una via di per se rivoluzionaria che, ancora oggi purtroppo, è lontana dal suo compimento e che bisognerebbe riprendere come base di partenza dell’azione politica nei programmi dei partiti odierni.
Tutto questo necessita di riformare il sistema di crescita e di sviluppo del mercato ove, certamente si sono intensificati i rapporti economici, ma ciò è avvenuto in una prospettiva di interdipendenza piuttosto che di integrazione; la questione sociale deve essere caratterizzata da solidarietà e sussidiarietà con uno spiccato fondamento etico in tutte le azioni dell’uomo, sia in campo economico che sociale.
Su queste basi Sturzo ha formulato tutta la sua teoria che si è estrinsecata a livello pratico, egli dava la sua grande importanza all’azione economica sostenendo che questa doveva essere subordinata a quella politica, facendo rilevare come l’economia senza etica è diseconomia e ritenendo, questa, di fondamentale importanza per il vivere sociale in tutte le sue componenti; considerava la moralità razionalità dell’agire; una persona morale che agisca in modo etico è razionale nelle sue azioni, mentre una persona immorale è irrazionale.
A lungo andare un sistema economico che non considera l’integrità morale dei suoi protagonisti come uno dei valori fondamentali del sistema stesso è destinato a fare acqua da tutte le parti: esso non regge all’urto dell’irrazionalità; l’economia si trasforma in diseconomia e in disutilità sociale, e l’atto economico, sostiene Sturzo, non sarà più vantaggioso qualora “…nella sua attuazione sarà inficiato da azioni di natura immorale, quali lo sfruttamento della mano d’opera, la cattiva esecuzione dell’opera, l’abuso delle risorse materiali e del denaro preso a prestito e così di seguito. Passo a passo che l’uomo agisce, sia esso il ministro dell’economia di uno stato, sia l’imprenditore, sia l’operaio, sia il proprietario, nel violare la moralità viola anche le leggi economiche, pur facendo atti singoli che presentino caratteri di utilità…tanto nella progettazione e finalità di qualsiasi attività economica, che nella sua attuazione e infine nell’uso individuale di essa, la morale vi interferisce, sia subiettivamente perché l’uomo operante è allo stesso tempo termine dell’utile e del bene; e sia oggettivamente, in quanto l’economia, quale norma utile, contiene in sé la ragione morale dell’utile stesso nella contemperata ragione sociale della sua produzione e del suo uso.”
Come si può non essere d’accordo con tali affermazioni, in fondo la lesione morale data dall’abuso di certe azioni che non rechino come fine il bene comune della collettività recano “…insito il danno alla stessa economia”.
Quello a cui è necessario arrivare è la soluzione del problema del lavoro che rende efficace e sicuro il mondo produttivo.
D’altro canto a tutto questo “…si lega il problema nella riforma degli istituti pubblici e loro rappresentanze; riforme che possono essere efficaci se rese agili dal decentramento politico, amministrativo ed economico, che può valorizzare le forze, le risorse, le caratteristiche locali e regionali, così varie e diverse in Italia, da non potersi annullare e livellare neppure attraverso cinquant’anni di legislazione e di ordinamento statale centralizzato”.
In questo passo Sturzo riprende il concetto delle autonomie locali e quanto affermato nell’appello ai liberi e forti, nel quale si scrive che: “…Ad uno stato accentratore, tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i comuni, - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private…vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione; invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli enti provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali”.
La grande importanza dei ceti medi, la collaborazione tra capitale e lavoro, il concetto fondamentale di una economia che senza etica è diseconomia, il decentramento delle attività amministrative e dei comuni, sono stati i punti fermi del programma politico del partito popolare italiano “…un partito sintetico nel programma ma realizzatore nella vita”; tutti aspetti ancora attuali che la politica di oggi dovrebbe tenerne conto per uno sviluppo sociale ed economico di alto valore
Nella sostanza, Sturzo, ha cercato di delineare una nuova vera via che risolvesse il problema creato da un mercato del capitalismo oligopolistico che a mezzo di mass media e di pubblicità ossessiva favorisce la domanda, la forza motrice del capitalismo delle economie private e miste di mercato, che è manovrata dal capitalismo oligopolistico: “senza più rispetto per la gerarchia dei bisogni personali, famigliari, sociali pubblici e privati. Eppur uno dei principi fondamentali della scienza economica è il rispetto della gerarchia di quei bisogni, volendo massimizzare l’utilità sociale del P.I.L. e minimizzare le disutilità personali e collettive: qualità personale, famigliare e nazionale, malcontento e noia, disgregazione delle famiglie, corruzione, delinquenza, inquinamento, sprechi di risorse e costi crescenti per i tentativi di contenere quelle disutilità. Questo è uno dei punti deboli del capitalismo oligopolistica privato e quello dello Stato ne fa la sua forza per resistere oltre i limiti della sua totale violazione dell’ordine naturale” (Da “Una vera moneta per il mondo” di Giuseppe Palladino). Sturzo si disperava del fatto, continua Giuseppe Palladino, “…che i grandi capitalisti privati e i loro amministratori e dirigenti mirano a massimizzare i profitti e non fanno caso alle disutilità ed era lungimirante nel prevedere il parallelismo tra falso benessere materiale e impoverimento morale”.
Marcello Figuccio
Presidente CISS di Asti e provincia
i punti cardini del programma politico del partito popolare italiano di Luigi Sturzo
In un articolo pubblicato nel febbraio 1933 su Res Pubblica, “Inquietudini e orientamenti”, Sturzo faceva riferimento a tre fattori principali di inquietudine: la disoccupazione operaia, la prevalenza delle tendenze estreme, la debolezza dei governi.
Queste inquietudini derivavano dai dati preoccupanti di allora che vedeva un aumento di disoccupazione che si era estesa e aggravata dalla crisi mondiale del 1929 (secondo i dati della Società delle Nazioni la disoccupazione nei paesi industrializzati nel 1932 superò i 25 milioni di unità, cifra cui bisogna aggiungere i milioni di lavoratori agricoli e di contadini che, se non disoccupati, erano occupati quasi ovunque solo parzialmente); dati che non si discostano molto oggi di fronte ad una crisi economica che assomiglia molto a quella del ’29; infatti, in un rapporto del l’Organizzazione internazionale del lavoro il “Global employment trends” presentato nel 2008 a Ginevra, si rileva che: “Entro la fine dell’anno i disoccupati nel mondo potrebbero essere quasi 200 milioni, 18 in più rispetto ai 180 milioni del 2007 (+10%). Ma a causa della crisi economica, i senza lavoro in più nel mondo potrebbero arrivare anche a 51 milioni di unità in più rispetto a tre anni fa”. Solo nei pesi industrializzati e l’Unione europea la disoccupazione è aumentata rispetto al 2007 dal 5,7% al 6,4% con un numero di senza lavoro cresciuto di 3,5 milioni di unità, toccando quota 32,3 milioni di disoccupati. I tassi più alti di disoccupazione sono sempre in Nord Africa (10,3%) e Medio Oriente (9,4%), i più bassi sono sempre in estremo Oriente (3,8%).”
La situazione si è ulteriormente aggravata se pensiamo ci troviamo di fronte ad un rapido succedersi di crisi monetarie, di forte indebitamento dei paesi in via di sviluppo, di radicalizzazione degli squilibri economici a livello mondiale e di disoccupazione sempre più crescente in tutto il mondo, la continua distruzione del ceto medio, l’allargarsi della disparità tra ricchi e poveri e un aggravarsi di una concezione sempre più economicistica e materialistica dello sviluppo, senza dimenticare l’allargarsi della schiera del lavoro precario che determina una insicurezza per il futuro dei giovani.
Una situazione indubbiamente grave che mi fa riprendere quello che affermò Sturzo in Inquietudini e orientamenti:”La mancanza di prospettiva immediata di lavoro e la quasi nessuna speranza di una prossima ripresa, opprime gli animi di milioni e milioni di disoccupati. Questo stato d’animo è moralmente così dannoso alla psicologia sociale, quanto è più dannosa l’inerzia fisica che fa perdere a molti l’allenamento del lavoro, senza che nessuno utilizzi le loro braccia ed educhi allo sforzo quotidiano di un utile attività fisica, ne resta demoralizzata. E’ facile cominciare ad odiare la società e a sviluppare gli istinti perversi, quando non si ha uno scopo utile nella vita…Il fatto che oggi vi è una massa di gioventù che tra i venti e i trent’anni (1923-1932) non ha lavorato quasi mai, è di una gravità psichica e sociale che non ha l’uguale.”
Sturzo sostiene tra, l’altro come il fenomeno della disoccupazione “…rimane nella sua imponenza come connesso alla crisi economica, si che solo da una ripresa generale se ne può sperare un’attenuazione sensibile e con larghi effetti psicologici-sociali”
D’altra parte è indubbio che essa porterà ad un assetto politico dove si agitano i più gravi problemi sociali: “…la disoccupazione, allo stato diffuso e ogni ora crescente accentua le tendenze politico-sociali estremiste” in periodi di crisi profonde portano inevitabilmente “…alla sfiducia nell’ordine attuale, reazione contro una società incapace di risolvere i problemi della vita quotidiana, eccitamento verso soluzioni avveniristiche, tutto spinge agli estremi di una negazione o rivoluzionaria o reazionaria... simili elementi ingigantiscono e possono divenire dannosi, proprio come certi bacilli, che vivono in noi allo stato latente, ma quando capita l’influenza (ne è l’epoca) acquistano per essa una virulenza straordinaria”.
Ed è con queste considerazioni che Sturzo denuncia il pericoli di queste forze estreme che vanno a danno dell’efficienza dei partiti e delle correnti medie e sostiene che nella dinamica sociale “…il fattore precipuo di stabilità e progresso è dato dalla risoluzione equilibrata delle propulsioni degli estremi verso un’equazione media”; in questo senso il ceto medio rappresenta per Sturzo un valore fondamentale sia psicologico-morale che economico-politico; d’altra parte l’economia e il lavoro rappresentano i cardini portanti per la crescita economica e sociale di un paese che porta l’uomo alla sua giusta dignità.
Egli considerava il partito popolare italiano un partito interclassista che aveva in prevalenza nelle sue basi le “…classi medie e di cultura e nelle classi lavoratrici”; queste classi rappresentarono un punto focale del programma del partito popolare italiano di Sturzo attraverso cui egli tenta di tracciare una nuova via economica.
A proposito dei ceti medi Sturzo, nel suo discorso tenuto a Torino nel salone della Camera di Commercio il 20 dicembre 1922, ne fa un punto focale del programma politico del Partito popolare italiano sostenendo che: “…i ceti medi – sotto l’assillo, aspro e duro, della loro crisi economica – acquistano, per la loro cultura e la loro esperienza produttiva, per il modesto tenore di vita e lo spirito di risparmio, una potenzialità costruttiva superiore alla loro potenzialità economica. Essi danno la maggior parte dei loro uomini alla cultura, alla tecnica, all’amministrazione, all’industria e alla agricoltura direttiva, alle professioni liberali, al governo, a tutti i centri più vitali e più delicati del nostro congegno nazionale e statale. Questi ceti medi sono quelli che rinnovano le classi dominanti, che rilevano le correnti di educazione e di attività, sui quali si deve contare per l’avvenire del nostro paese; a questi ceti occorre dare una forza politica, che è mancata fin oggi, perché divisa fra la grande industria da un lato e l’organizzazione manuale dall’altro”. Il loro contributo avrebbe potuto dare al paese, secondo Sturzo, un notevole contributo per la elevazione dei valori morali.
D’altra parte riguardo al lavoro Sturzo, nel suo discorso programmatico tenuto a Milano il 1°ottobre 1920 dal tema “Crisi economica e crisi politica”, traccia un altro dei capisaldi fondamentali del suo programma politico e della sua attività politica e di nuova economia; egli propone di avvicinare “…il lavoratore ai mezzi di produzione e renderlo partecipe del valore produttivo, senza sopprimere né attenuare la individualità libera e operante.” Per arrivare a questo avvicinamento Sturzo propone l’azionariato popolare e la partecipazione “…comunque costruita, alle aziende industriali; lo sviluppo cooperativistico nelle imprese dove il lavoro è molto e l’alea è ridotta e limitata; sono postulati del partito popolare italiano, per arrivare a due termini fondamentali: la trasformazione del salariato in collaboratore cointeressato allo sviluppo dell’azienda, e quindi alla gioia e ai dolori della produzione; e la trasformazione della grande impresa centralizzata, capitalistica, monopolistica, in industrie a largo cointeresse sociale e perciò sindacate.”
Tutto questo per superare il concetto della cultura classica liberale che aveva visto “Il salariato assente dalla produzione, merce ed elemento di contrattazione, lasciato al gioco delle sorti prospere o avverse della grande industria…”, facendo cadere la società ad una crisi morale, economica oltre che politica.
L’obiettivo era quello di combattere la logica socialista di acutizzazione dei rapporti con il capitale, rinunciare alla lotta di classe e tendere alla “trasformazione dei rapporti del lavoro e alla eliminazione del grande salariato, e ciò sia pure come contingenza, anche attraverso la lotta di classe, per arrivare per approssimazioni pratiche alla collaborazione delle classi come suo termine finalistico.”
Sturzo nel suo programma politico non ha fatto altro, come sostenne, “… che seguire la via tracciata da Leone XIII nella Rerum Novarum”,una via di per se rivoluzionaria che, ancora oggi purtroppo, è lontana dal suo compimento e che bisognerebbe riprendere come base di partenza dell’azione politica nei programmi dei partiti odierni.
Tutto questo necessita di riformare il sistema di crescita e di sviluppo del mercato ove, certamente si sono intensificati i rapporti economici, ma ciò è avvenuto in una prospettiva di interdipendenza piuttosto che di integrazione; la questione sociale deve essere caratterizzata da solidarietà e sussidiarietà con uno spiccato fondamento etico in tutte le azioni dell’uomo, sia in campo economico che sociale.
Su queste basi Sturzo ha formulato tutta la sua teoria che si è estrinsecata a livello pratico, egli dava la sua grande importanza all’azione economica sostenendo che questa doveva essere subordinata a quella politica, facendo rilevare come l’economia senza etica è diseconomia e ritenendo, questa, di fondamentale importanza per il vivere sociale in tutte le sue componenti; considerava la moralità razionalità dell’agire; una persona morale che agisca in modo etico è razionale nelle sue azioni, mentre una persona immorale è irrazionale.
A lungo andare un sistema economico che non considera l’integrità morale dei suoi protagonisti come uno dei valori fondamentali del sistema stesso è destinato a fare acqua da tutte le parti: esso non regge all’urto dell’irrazionalità; l’economia si trasforma in diseconomia e in disutilità sociale, e l’atto economico, sostiene Sturzo, non sarà più vantaggioso qualora “…nella sua attuazione sarà inficiato da azioni di natura immorale, quali lo sfruttamento della mano d’opera, la cattiva esecuzione dell’opera, l’abuso delle risorse materiali e del denaro preso a prestito e così di seguito. Passo a passo che l’uomo agisce, sia esso il ministro dell’economia di uno stato, sia l’imprenditore, sia l’operaio, sia il proprietario, nel violare la moralità viola anche le leggi economiche, pur facendo atti singoli che presentino caratteri di utilità…tanto nella progettazione e finalità di qualsiasi attività economica, che nella sua attuazione e infine nell’uso individuale di essa, la morale vi interferisce, sia subiettivamente perché l’uomo operante è allo stesso tempo termine dell’utile e del bene; e sia oggettivamente, in quanto l’economia, quale norma utile, contiene in sé la ragione morale dell’utile stesso nella contemperata ragione sociale della sua produzione e del suo uso.”
Come si può non essere d’accordo con tali affermazioni, in fondo la lesione morale data dall’abuso di certe azioni che non rechino come fine il bene comune della collettività recano “…insito il danno alla stessa economia”.
Quello a cui è necessario arrivare è la soluzione del problema del lavoro che rende efficace e sicuro il mondo produttivo.
D’altro canto a tutto questo “…si lega il problema nella riforma degli istituti pubblici e loro rappresentanze; riforme che possono essere efficaci se rese agili dal decentramento politico, amministrativo ed economico, che può valorizzare le forze, le risorse, le caratteristiche locali e regionali, così varie e diverse in Italia, da non potersi annullare e livellare neppure attraverso cinquant’anni di legislazione e di ordinamento statale centralizzato”.
In questo passo Sturzo riprende il concetto delle autonomie locali e quanto affermato nell’appello ai liberi e forti, nel quale si scrive che: “…Ad uno stato accentratore, tendente a limitare e regolare ogni potere organico e ogni attività civica e individuale, vogliamo sul terreno costituzionale sostituire uno stato veramente popolare, che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali – la famiglia, le classi, i comuni, - che rispetti la personalità individuale e incoraggi le iniziative private…vogliamo la riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari e la semplificazione della legislazione; invochiamo il riconoscimento giuridico delle classi, l’autonomia comunale, la riforma degli enti provinciali e il più largo decentramento nelle unità regionali”.
La grande importanza dei ceti medi, la collaborazione tra capitale e lavoro, il concetto fondamentale di una economia che senza etica è diseconomia, il decentramento delle attività amministrative e dei comuni, sono stati i punti fermi del programma politico del partito popolare italiano “…un partito sintetico nel programma ma realizzatore nella vita”; tutti aspetti ancora attuali che la politica di oggi dovrebbe tenerne conto per uno sviluppo sociale ed economico di alto valore
Nella sostanza, Sturzo, ha cercato di delineare una nuova vera via che risolvesse il problema creato da un mercato del capitalismo oligopolistico che a mezzo di mass media e di pubblicità ossessiva favorisce la domanda, la forza motrice del capitalismo delle economie private e miste di mercato, che è manovrata dal capitalismo oligopolistico: “senza più rispetto per la gerarchia dei bisogni personali, famigliari, sociali pubblici e privati. Eppur uno dei principi fondamentali della scienza economica è il rispetto della gerarchia di quei bisogni, volendo massimizzare l’utilità sociale del P.I.L. e minimizzare le disutilità personali e collettive: qualità personale, famigliare e nazionale, malcontento e noia, disgregazione delle famiglie, corruzione, delinquenza, inquinamento, sprechi di risorse e costi crescenti per i tentativi di contenere quelle disutilità. Questo è uno dei punti deboli del capitalismo oligopolistica privato e quello dello Stato ne fa la sua forza per resistere oltre i limiti della sua totale violazione dell’ordine naturale” (Da “Una vera moneta per il mondo” di Giuseppe Palladino). Sturzo si disperava del fatto, continua Giuseppe Palladino, “…che i grandi capitalisti privati e i loro amministratori e dirigenti mirano a massimizzare i profitti e non fanno caso alle disutilità ed era lungimirante nel prevedere il parallelismo tra falso benessere materiale e impoverimento morale”.
Marcello Figuccio
Presidente CISS di Asti e provincia
Il rapporto indissolubile tra vita naturale e soprannaturale
la sintesi più alta di elevazione della dignità umana
Come tante volte ripreso, anche su questa rivista, non si può comprendere fino in fondo l’attività politica e amministrativa di Sturzo se non si rammenta del fatto che egli fu prima di tutto un sacerdote.
Sturzo, affermava Giuseppe Palladino (in “La strategia spirituale di don Luigi Sturzo”) “considerava la politica un’attività laica…” ma non vedeva in essa nessuna “…incompatibilità tra il suo impegno politico e il suo sacerdozio, ma questo trasfuse nell’altro sino a farne una sola e grande vocazione”.
Tutta la sua vita fu orientata alla fusione di tutti gli aspetti della vita dell’uomo socio-politica-religiosa, le une non erano disgiunte dalle altre e insieme avevano un unico fine: il bene comune; quel bene supremo che può essere raggiunto soltanto nel momento in cui la soprannaturalità è inserita nel processo umano.
La società naturale,affermò Sturzo, è una “… reale sintesi con la soprannaturalità …la vita soprannaturale nella società umana come integrativa, sintetizzante e trascendente la vita naturale, presa sia come iniziativa divina nell’uomo sia come corrispondenza dell’uomo all’appello divino”.
“Nel concreto vissuto” nella vita naturale, quella vegetativa, intellettiva con “…i suoi caratteri sociali nella vita familiare, professionale, politica e morale…non c’è in noi una vita vegetativa o animale che sia autonomo pur essendo distinto dalla vita razionale, così non c’è in noi una puramente autonomia che non implichi alcun rapporto di vita soprannaturale”.
In questo rapporto indissolubile tra vita naturale e soprannaturale vi è la sintesi più alta della persona umana nella quale “…il fine particolare di ciascuno di noi non può esistere fuori dell’orbita dei fini connaturali all’uomo, che si assommano nella ricerca del bene..”. (in“La vera vita” nel capitolo “Vocazione “)
L’uomo nel realizzare la sua personalità acquista un carattere “che diviene fisionomia dell’anima che non trascura la sua vocazione naturale, “la quale” come afferma Sturzo “…è un appello, ...che ci spinge al lavoro e alla conquista di noi e del mondo che ci circonda. La nostra personalità si forma e si caratterizza per la vocazione (voce interiore) che diviene finalità (bene da raggiungere). Essa è una premessa necessaria alla realizzazione in noi della vita soprannaturale a cui siamo elevati. Come la vita soprannaturale non si realizza concretamente se non nell’uomo vivente, cosi la vocazione soprannaturale nel concreto innova in sé, subordinandola, quella naturale”.
Non può esserci nell’uomo “…una vita puramente naturale, ma una vita naturale elevata alla soprannaturalità: cosi non c’è una vocazione naturale a sé, che non sia ordinata ad una vocazione soprannaturale”.
Non penso ci siano parole più efficaci di quelle sopra espresse dal grande sacerdote di Caltagirone per comprendere fino in fondo la Vera Vita di un uomo e come l’aspetto trascendentale sia fondamentale per elevare ai massimi livelli la dignità della persona umana.
D’altra parte l’appello di Sturzo alla intrinseca vocazione dell’uomo alla soprannaturalità e al bene comune non può che sbocciare qualora non abbia in sé l’alimento dell’amore umano nobilitato dalla religione nella famiglia estesa alla società naturale, compresi gli stati, le federazioni di stati e le società internazionali.
Questo concetto di amore è la vera rivoluzione del cristianesimo che contrapposto all’egoismo da il senso della nostra vita concreta; quando parliamo di comandamenti e della loro osservanza ci rendiamo conto come essi siano la base della nostra vita levata alla soprannaturalità e mi piace riprendere di nuovo Sturzo quando afferma che l’osservanza dei comandamenti divini sia la conseguenza dell’amore e come questo avvenga nell’ordine umano: “…chi ama i genitori, i figli, la sposa, la fidanzata, l’amico, cerca di piacere alla persona amata, ne seconda i desideri, ne previene i cenni, si sacrifica per essa; tende così a rendersi simile ad essa, perché in lui c’è il senso della dedizione; ogni amore ha le sue leggi e i suoi sacrifici. Entrando in comunione di amore si stabilisce questa gara di dedizione di sé per l’altro, il sacrificio di sé per l’altro, come un nesso inscindibile fra amore e azione”.
Questo nesso inscindibile fra amore e azione si concretizza nel momento in cui l’uomo ascolta quella voce interiore che lo spinge nelle sue azioni a ricercare continuamente la finalità dello sviluppo, del benessere, della pienezza del proprio io e delle sue espansioni.
Conoscersi e amarsi per tendere alla pienezza del proprio essere non fanno altro, come afferma Sturzo che rispondere a quella voce interiore (vocazione)“che lo spinge a raggiungere quei fini connaturali nell’uomo che si assommano alla ricerca del bene comune”.
“…la ricerca del bene comune è alimentato dall’amore, vita naturale elevata alla soprannaturalità cosi come anche la vocazione naturale alla ricerca del bene comune non può che essere ordinata ad una vocazione soprannaturale (“La vera Vita”).
L’uomo non può trascurare questa vocazione naturale che ci spinge alla finalità verso il bene comune da raggiungere elevandoci alla vita soprannaturale.
Sturzo in quanto sacerdote, ma anche come uomo, ha trasfuso negli altri questa vocazione naturale ed attraverso la sua azione politica e sociale ha cerca di dare ad essa quel nesso indissolubile tra vita naturale e soprannaturale avendo come fine l’amore per gli altri e per il bene comune, ha portato Dio nel cuore dell’uomo affinché questi si elevasse alla soprannaturalità e alla sua dignità di essere umano.
Con l’amore e la vocazione interiore alla ricerca del bene comune e non per se stessi, la politica acquisisce un valore alto, permeandosi di una sua nobiltà che da il senso di questo amore
Quando nel 2001 delineai i contenuti del ciclo di conferenze sulla Dottrina sociale della Chiesa cercai risposte sulla questione sociale di fronte alla miseria e alle ingiustizie del mondo.
Mi colpì allora la lettura di alcuni passi della “Populorum progressio” l’enciclica di Paolo VI sullo sviluppo dei popoli nella quale egli mise l’accento su un umanesimo plenario ove lo sviluppo dei popoli deve avere come faro il forte messaggio evangelico che “…impone” si legge nell’enciclica “di mettersi al servizio degli uomini…e convincerli dell’urgenza di un’azione solidale”.
Paolo VI continuò affermando come le encicliche sociali non “…mancarono al dovere, proprio del loro ufficio, di proiettare sulle questioni sociali del loro tempo la luce del Vangelo”.
Queste osservazioni mi confermarono la grande importanza della politica, quella alta, quella al servizio degli uomini per il bene comune e non per se stessi.
Una politica che fu in fondo quella di Sturzo il quale non fu solo un sociologo e un politico ma fu soprattutto, come abbiamo sostenuto nelle righe precedenti, un sacerdote e il suo esempio ed il suo pensiero furono un’autentica testimonianza a Cristo.
Egli fu un uomo di fede, ma anche di azione e si preoccupò, alla pari di altri grandi cattolici, di dar dignità all’uomo; fondò cooperative, aprì banche e trovò il sistema di creare occasioni di lavoro avendo sempre in mente come questo sia fondamentale per il soddisfacimento dei bisogni primari di ogni uomo e della sua famiglia.
Ma Sturzo non fu il solo a portare avanti con tenacia il messaggio evangelico; mi viene mente la costituzione in Germania di numerose casse rurali da un idea, nel 1849, di Federico Guglielmo Raiffeisen che organizzò in modo cooperativo il credito agrario tentando di liberare così i contadini e i piccoli proprietari dall’oppressione degli usurai.
In Italia un certo Wollemborg seguì lo stesso sistema di Raiffeisen e, con l’aiuto dei parroci, nel 1892 creò 72 casse rurali; intorno ad esse nacquero molte cooperative cattoliche, non solo nel veneto e in Lombardia, ma si spinsero, per merito di Sturzo, anche in Sicilia.
Vi sono molte altre testimonianze di Santi, laici e sacerdoti che hanno dato un contributo essenziale nella direzione di “rendere la vita umana più umana” (dalla Gaudium et Spes): basta ricordare i Santi sociali del Piemonte che nell’800 che si preoccuparono di sfamare e far sopravvivere uomini sfortunati tentando con oratori, scuole, laboratori, piccole imprese artigiane e cooperative di costruire loro un futuro.
Dobbiamo rammentare, a questo proposito, personaggi come San Giovanni Bosco, don Cafasso, don Murialdo, don Giuseppe Benedetto Cottolengo e altri che operarono, tra spiantati e disperati, in un mondo che vedeva crescere a dismisura il divario tra chi aveva un lavoro e chi brancolava alla giornata.
Non è necessario andare oltre se non per ribadire che tutti questi uomini non fecero altro che lottare per spargere nel mondo i semi del vangelo il cui unico obiettivo fu esclusivamente l’amore per gli altri; essi furono anche concreti nel risolvere la questione sociale come si prefisse Leone XIII con la prima Enciclica Sociale, la Rerum Novarum.
Il ciclo di conferenze di cinque serate che si concluse il 14 dicembre del 2001 organizzato dal Centro Internazionale Studi Don Luigi Sturzo di Asti “La dottrina Sociale della Chiesa in un mondo che cambia” presentò lo stesso filo conduttore di quanto sopra affermato che mai si è spezzato,: quello della dignità dell’uomo ove l’uomo stesso è stato sempre posto al centro di tutte le esposizioni con il tentativo di appianare il conflitto perenne tra il “piano della sussistenza fisica degli uni e dell’opulenza degli altri” (Centesimus Annus); un conflitto che si risolve nella pace la quale si edifica sul fondamento della giustizia e dell’amore per il prossimo.
Tutti concorrono, ognuno a seconda delle sue capacità a creare la ricchezza nazionale e questa deve essere distribuita con giustizia a tutta la collettività, deve giovare a tutti “essendo interesse universale”
Noi abbiamo “sete di verità” e come cattolici ci siamo dimenticati, o forse non conosciamo, alcuni momenti importanti della storia cristiana come ad esempio quello del grande insegnamento della scuola dei canonisti i quali svilupparono la loro ricerca economica trattandola come Teologia morale, nella sostanza essi presero in considerazione la ragione morale della giustizia.
Mai ricordiamo S. Tommaso D’Aquino con la sua importante teoria del prezzo giusto, un prezzo che non viene visto solo sul piano dell’offerta e della domanda dei beni del sistema economico, ma che tiene conto anche del rapporto sociale e del criterio etico.
In realtà l’azione politica deve tendere al bene comune; questo si può raggiungere attraverso l’amore evangelico e deve far si di creare un cittadino che diventi migliore di quello di oggi; la politica deve mirare “…ad una forma di esistenza eletta, senza stravaganze, contemplativa ma senza mollezza; la ricchezza non ci appare come elemento di ostentazione, ma come oggetto di utilizzazione razionale; e non riteniamo ignominiosa la povertà in sé stessa, ma bensì, il mancato sforzo di evitarla”; questo è quanto affermò Pericle, il più grande politico di Atene, uno dei più grandi uomini di Stato che siano mai vissuti; non vi è dubbio che da queste parole il mondo d’oggi avrebbe ancora molto da apprendere..
la sintesi più alta di elevazione della dignità umana
Come tante volte ripreso, anche su questa rivista, non si può comprendere fino in fondo l’attività politica e amministrativa di Sturzo se non si rammenta del fatto che egli fu prima di tutto un sacerdote.
Sturzo, affermava Giuseppe Palladino (in “La strategia spirituale di don Luigi Sturzo”) “considerava la politica un’attività laica…” ma non vedeva in essa nessuna “…incompatibilità tra il suo impegno politico e il suo sacerdozio, ma questo trasfuse nell’altro sino a farne una sola e grande vocazione”.
Tutta la sua vita fu orientata alla fusione di tutti gli aspetti della vita dell’uomo socio-politica-religiosa, le une non erano disgiunte dalle altre e insieme avevano un unico fine: il bene comune; quel bene supremo che può essere raggiunto soltanto nel momento in cui la soprannaturalità è inserita nel processo umano.
La società naturale,affermò Sturzo, è una “… reale sintesi con la soprannaturalità …la vita soprannaturale nella società umana come integrativa, sintetizzante e trascendente la vita naturale, presa sia come iniziativa divina nell’uomo sia come corrispondenza dell’uomo all’appello divino”.
“Nel concreto vissuto” nella vita naturale, quella vegetativa, intellettiva con “…i suoi caratteri sociali nella vita familiare, professionale, politica e morale…non c’è in noi una vita vegetativa o animale che sia autonomo pur essendo distinto dalla vita razionale, così non c’è in noi una puramente autonomia che non implichi alcun rapporto di vita soprannaturale”.
In questo rapporto indissolubile tra vita naturale e soprannaturale vi è la sintesi più alta della persona umana nella quale “…il fine particolare di ciascuno di noi non può esistere fuori dell’orbita dei fini connaturali all’uomo, che si assommano nella ricerca del bene..”. (in“La vera vita” nel capitolo “Vocazione “)
L’uomo nel realizzare la sua personalità acquista un carattere “che diviene fisionomia dell’anima che non trascura la sua vocazione naturale, “la quale” come afferma Sturzo “…è un appello, ...che ci spinge al lavoro e alla conquista di noi e del mondo che ci circonda. La nostra personalità si forma e si caratterizza per la vocazione (voce interiore) che diviene finalità (bene da raggiungere). Essa è una premessa necessaria alla realizzazione in noi della vita soprannaturale a cui siamo elevati. Come la vita soprannaturale non si realizza concretamente se non nell’uomo vivente, cosi la vocazione soprannaturale nel concreto innova in sé, subordinandola, quella naturale”.
Non può esserci nell’uomo “…una vita puramente naturale, ma una vita naturale elevata alla soprannaturalità: cosi non c’è una vocazione naturale a sé, che non sia ordinata ad una vocazione soprannaturale”.
Non penso ci siano parole più efficaci di quelle sopra espresse dal grande sacerdote di Caltagirone per comprendere fino in fondo la Vera Vita di un uomo e come l’aspetto trascendentale sia fondamentale per elevare ai massimi livelli la dignità della persona umana.
D’altra parte l’appello di Sturzo alla intrinseca vocazione dell’uomo alla soprannaturalità e al bene comune non può che sbocciare qualora non abbia in sé l’alimento dell’amore umano nobilitato dalla religione nella famiglia estesa alla società naturale, compresi gli stati, le federazioni di stati e le società internazionali.
Questo concetto di amore è la vera rivoluzione del cristianesimo che contrapposto all’egoismo da il senso della nostra vita concreta; quando parliamo di comandamenti e della loro osservanza ci rendiamo conto come essi siano la base della nostra vita levata alla soprannaturalità e mi piace riprendere di nuovo Sturzo quando afferma che l’osservanza dei comandamenti divini sia la conseguenza dell’amore e come questo avvenga nell’ordine umano: “…chi ama i genitori, i figli, la sposa, la fidanzata, l’amico, cerca di piacere alla persona amata, ne seconda i desideri, ne previene i cenni, si sacrifica per essa; tende così a rendersi simile ad essa, perché in lui c’è il senso della dedizione; ogni amore ha le sue leggi e i suoi sacrifici. Entrando in comunione di amore si stabilisce questa gara di dedizione di sé per l’altro, il sacrificio di sé per l’altro, come un nesso inscindibile fra amore e azione”.
Questo nesso inscindibile fra amore e azione si concretizza nel momento in cui l’uomo ascolta quella voce interiore che lo spinge nelle sue azioni a ricercare continuamente la finalità dello sviluppo, del benessere, della pienezza del proprio io e delle sue espansioni.
Conoscersi e amarsi per tendere alla pienezza del proprio essere non fanno altro, come afferma Sturzo che rispondere a quella voce interiore (vocazione)“che lo spinge a raggiungere quei fini connaturali nell’uomo che si assommano alla ricerca del bene comune”.
“…la ricerca del bene comune è alimentato dall’amore, vita naturale elevata alla soprannaturalità cosi come anche la vocazione naturale alla ricerca del bene comune non può che essere ordinata ad una vocazione soprannaturale (“La vera Vita”).
L’uomo non può trascurare questa vocazione naturale che ci spinge alla finalità verso il bene comune da raggiungere elevandoci alla vita soprannaturale.
Sturzo in quanto sacerdote, ma anche come uomo, ha trasfuso negli altri questa vocazione naturale ed attraverso la sua azione politica e sociale ha cerca di dare ad essa quel nesso indissolubile tra vita naturale e soprannaturale avendo come fine l’amore per gli altri e per il bene comune, ha portato Dio nel cuore dell’uomo affinché questi si elevasse alla soprannaturalità e alla sua dignità di essere umano.
Con l’amore e la vocazione interiore alla ricerca del bene comune e non per se stessi, la politica acquisisce un valore alto, permeandosi di una sua nobiltà che da il senso di questo amore
Quando nel 2001 delineai i contenuti del ciclo di conferenze sulla Dottrina sociale della Chiesa cercai risposte sulla questione sociale di fronte alla miseria e alle ingiustizie del mondo.
Mi colpì allora la lettura di alcuni passi della “Populorum progressio” l’enciclica di Paolo VI sullo sviluppo dei popoli nella quale egli mise l’accento su un umanesimo plenario ove lo sviluppo dei popoli deve avere come faro il forte messaggio evangelico che “…impone” si legge nell’enciclica “di mettersi al servizio degli uomini…e convincerli dell’urgenza di un’azione solidale”.
Paolo VI continuò affermando come le encicliche sociali non “…mancarono al dovere, proprio del loro ufficio, di proiettare sulle questioni sociali del loro tempo la luce del Vangelo”.
Queste osservazioni mi confermarono la grande importanza della politica, quella alta, quella al servizio degli uomini per il bene comune e non per se stessi.
Una politica che fu in fondo quella di Sturzo il quale non fu solo un sociologo e un politico ma fu soprattutto, come abbiamo sostenuto nelle righe precedenti, un sacerdote e il suo esempio ed il suo pensiero furono un’autentica testimonianza a Cristo.
Egli fu un uomo di fede, ma anche di azione e si preoccupò, alla pari di altri grandi cattolici, di dar dignità all’uomo; fondò cooperative, aprì banche e trovò il sistema di creare occasioni di lavoro avendo sempre in mente come questo sia fondamentale per il soddisfacimento dei bisogni primari di ogni uomo e della sua famiglia.
Ma Sturzo non fu il solo a portare avanti con tenacia il messaggio evangelico; mi viene mente la costituzione in Germania di numerose casse rurali da un idea, nel 1849, di Federico Guglielmo Raiffeisen che organizzò in modo cooperativo il credito agrario tentando di liberare così i contadini e i piccoli proprietari dall’oppressione degli usurai.
In Italia un certo Wollemborg seguì lo stesso sistema di Raiffeisen e, con l’aiuto dei parroci, nel 1892 creò 72 casse rurali; intorno ad esse nacquero molte cooperative cattoliche, non solo nel veneto e in Lombardia, ma si spinsero, per merito di Sturzo, anche in Sicilia.
Vi sono molte altre testimonianze di Santi, laici e sacerdoti che hanno dato un contributo essenziale nella direzione di “rendere la vita umana più umana” (dalla Gaudium et Spes): basta ricordare i Santi sociali del Piemonte che nell’800 che si preoccuparono di sfamare e far sopravvivere uomini sfortunati tentando con oratori, scuole, laboratori, piccole imprese artigiane e cooperative di costruire loro un futuro.
Dobbiamo rammentare, a questo proposito, personaggi come San Giovanni Bosco, don Cafasso, don Murialdo, don Giuseppe Benedetto Cottolengo e altri che operarono, tra spiantati e disperati, in un mondo che vedeva crescere a dismisura il divario tra chi aveva un lavoro e chi brancolava alla giornata.
Non è necessario andare oltre se non per ribadire che tutti questi uomini non fecero altro che lottare per spargere nel mondo i semi del vangelo il cui unico obiettivo fu esclusivamente l’amore per gli altri; essi furono anche concreti nel risolvere la questione sociale come si prefisse Leone XIII con la prima Enciclica Sociale, la Rerum Novarum.
Il ciclo di conferenze di cinque serate che si concluse il 14 dicembre del 2001 organizzato dal Centro Internazionale Studi Don Luigi Sturzo di Asti “La dottrina Sociale della Chiesa in un mondo che cambia” presentò lo stesso filo conduttore di quanto sopra affermato che mai si è spezzato,: quello della dignità dell’uomo ove l’uomo stesso è stato sempre posto al centro di tutte le esposizioni con il tentativo di appianare il conflitto perenne tra il “piano della sussistenza fisica degli uni e dell’opulenza degli altri” (Centesimus Annus); un conflitto che si risolve nella pace la quale si edifica sul fondamento della giustizia e dell’amore per il prossimo.
Tutti concorrono, ognuno a seconda delle sue capacità a creare la ricchezza nazionale e questa deve essere distribuita con giustizia a tutta la collettività, deve giovare a tutti “essendo interesse universale”
Noi abbiamo “sete di verità” e come cattolici ci siamo dimenticati, o forse non conosciamo, alcuni momenti importanti della storia cristiana come ad esempio quello del grande insegnamento della scuola dei canonisti i quali svilupparono la loro ricerca economica trattandola come Teologia morale, nella sostanza essi presero in considerazione la ragione morale della giustizia.
Mai ricordiamo S. Tommaso D’Aquino con la sua importante teoria del prezzo giusto, un prezzo che non viene visto solo sul piano dell’offerta e della domanda dei beni del sistema economico, ma che tiene conto anche del rapporto sociale e del criterio etico.
In realtà l’azione politica deve tendere al bene comune; questo si può raggiungere attraverso l’amore evangelico e deve far si di creare un cittadino che diventi migliore di quello di oggi; la politica deve mirare “…ad una forma di esistenza eletta, senza stravaganze, contemplativa ma senza mollezza; la ricchezza non ci appare come elemento di ostentazione, ma come oggetto di utilizzazione razionale; e non riteniamo ignominiosa la povertà in sé stessa, ma bensì, il mancato sforzo di evitarla”; questo è quanto affermò Pericle, il più grande politico di Atene, uno dei più grandi uomini di Stato che siano mai vissuti; non vi è dubbio che da queste parole il mondo d’oggi avrebbe ancora molto da apprendere..
Marcello Figuccio
Presidente CISS di Asti e provincia
LA GRANDE SCOMMESSA DEL BUSINNES SOCIALE PER UN MONDO SENZA POVERTA'
"La teoria economica convenzionale, per ricoprire il ruolo di guida dell'impresa, ha escogitato quell'essere umano a una dimensione che è l'imprenditore. Lo ha isolato dal resto della vita, separandolo dalla sfera religiosa, da quella delle emozioni, da quella politica e da quella sociale, così che non gli resti che occuparsi di una sola cosa, la massimizzazione del profitto" (Da Yunus in "Un mondo senza povertà " di Feltrinelli).
La teoria economica ha creato un intero mondo a una dimensione popolato esclusivamente da quelli che si dedicano al gioco del libero mercato e della concorrenza in cui il profitto è la sola misura del successo.
In questo contesto Yunus introduce un nuovo concetto di economia nella quale entra in gioco il business sociale in cui si "...tenga nel giusto conto la natura multimensionale degli essere umani"; egli vede nel business sociale una impresa nella quale l'imprenditore seguirà non l'esclusivo profitto personale, ma ben precisi obiettivi sociali".
Un'impresa sociale si pone l'obiettivo di "...produrre un mutamento positivo nelle condizioni sociali delle persone con cui entra in contatto...è un'impresa che può anche produrre profitto, ma gl'investitori che la finanziano non ne avranno parte alcuna, salvo il recupero, in un lasso di tempo stabilito, di un ammontare equivalente al capitale originariamente investito".
Nel business sociale le imprese a tutti gli effetti debbono "... recuperare tutti i costi cui vanno incontro perseguendo i propri obiettivi".
Non carità quindi, ma con obiettivi esclusivamente sociali nei quali l'impresa sfrutta le sue capacità professionali come fattore di cambiamento del mondo e in grado di incidere sulla società.
Yunus sostiene giustamente che oggi un gran numero di organizzazioni si occupano di produrre miglioramenti nelle condizioni sociali, ma nella maggior parte non è in grado di recuperare tutti i costi sostenuti.
Nella realtà le organizzazioni Non Profit e non governative non ponendosi l'obiettivo del recupero dei costi sono costrette spesso in misura preponderante a spendere tempo ed energie nella raccolta fondi facendo affidamento su donazioni, contributi da fondazioni o aiuti governativi.
Nell'impresa con finalità sociali "...le cose vanno in modo diverso, dato che, pur producendo beni o servizi con l'obiettivo prioritario di conseguire uno specifico miglioramento sociale, essa viene gestita con gli stessi criteri adottati dalle imprese tradizionali e quindi è in grado di perseguire il recupero totale dei costi e, se possibile, anche qualche cosa di più, attraverso la vendita dei suoi prodotti o servizi a un prezzo adeguato".
In questo contesto l'impresa con finalità sociali "...deve essere concepita e condotta come una vera azienda, con prodotti, servizi, clienti, mercati, spese e ricavi, ma con l'imperativo del vantaggio sociale al posto di quello della massimizzazione dei profitti. Invece di cercare di accumulare il livello più alto possibile di profitti finanziari a solo beneficio degli investitori, l'impresa con finalità sociali cerca di raggiungere un obiettivo sociale".
Come sappiamo Yunus con il microcredito ha consentito a 12 milioni bengalesi (la maggioranza donne) di poter avviare piccole attività commerciali e questo ha avuto una grande valenza sociale perché oltre ad aver creato lavoro ha portato milioni di persone ad uscire dalla morsa della miseria, mandare i figli a scuola e migliorare le loro abitazioni molto fatiscenti. Ha risposto ai bisogni primari di una società nel disastro allargando la loro base economica e prendendo in mano il proprio destino.
D’altra parte Yunus è andato oltre al concetto di microcredito ha creato imprese percorrendo la strada delle nuove tecnologie indirizzandosi sulle fonti di energia alternativa, in modo particolare di quelle rinnovabili; questo percorso è nato dalla constatazione che “…molti villaggi, in Bangladesh, non sono forniti di elettricità…quindi abbiamo pensato di installare in quei villaggi impianti per la produzione di energia solare…”[1]
Su questa scia è nata la Grameen Shakti (Grameen Energia) “…che si occupa di promuovere l’uso delle energie rinnovabili…La Grameen Shakti sta attualmente sperimentando l’applicazione di pannelli fotovoltaici per uso domestico di accumulatori di energia, di generatori eolici, di impianti per la produzione di biogas (dalla fermentazione della massa vegetale di scarto delle attività agricole si ottiene del gas che può essere usato per produrre energia)”.
Tutto questo diventava estremamente necessario per sfruttare al meglio l’uso della tecnologia informatica; questa, ha affermato Yunus: “…porterà nel mondo drastici cambiamenti…sta modellando un mondo in cui la distanza non esiste più, in cui la comunicazione è istantanea, e questo inciderà su tutti gli ambiti della vita….” e potrà incidere pesantemente per l’abolizione della povertà globale favorendo i poveri nel loro territorio (sussidiarietaà) portandoli ad essere padroni del loro destino; il fine è quello che la new economy non venga lasciata in balia delle forze di mercato a beneficio soltanto dei paesi più ricchi che con essa si arricchiranno ulteriormente.
La globalizzazione nei suoi aspetti positivi potrà portare a promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà tenendo conto dei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna...”.
Afferma Yunus che la “Teconologia informatica porterà nel mondo drastici cambiamenti ….sta modellando un mondo in cui la distanza non esiste più, in cui la comunicazione è istantanea, e questo inciderà su tutti gli ambiti della vita….
Egli proponeva nel 1999 “…la creazione di un “Centro Internazionale di tecnologia informatica per l’abolizione della povertà globale che diventi una tavola rotonda di cervelli e un catalizzatore nella realizzazione di prototipi che operino in tutte le questioni relative alla costruzione”.
Nel mondo, tante persone ricche di risorse sono già impegnate nello sforzo di abolire la povertà. e questo Centro potrà fungere, non solo da collegamento, ma convogliare risorse e talenti per progettare le attività connesse all’IT in modo tale da aiutare i paesi e le persone povere a partecipare alla grande ondata di prosperità. L’IT può dischiudere ai poveri – uomini, donne, giovani – nuove forme di partecipazione nell’economia globale con effettiva incidenza sui costi e modalità di reciproco aiuto.
Il Centro potrà “progettare gli strumenti, gli ambienti e i luoghi di mercato adatto per i poveri, e far si che il terminale informatico diventi un amico, una guida, un insegnante, un filosofo, un medico, un esperto, vale a dire tutto ciò di cui un povero a bisogno.” (da “Il banchiere dei poveri” di Muhammad Yunus).
Questo è solo uno degli esempio di come si può far uscire il povero dalla miseria, ma altri se ne possono fare come la costituzione della prima impresa con finalità sociali, la Geameen Danone, già operativa dal 2007 con uno stabilimento di Bogra, in Bangladesh, che produceva allora i primi vasetti di Shokti Doi, lo Yogurt potenziato con gli elementi nutrizionali di cui i bambini del Bangladesh hanno un grande bisogno, e nei villaggi le “signore Grameen”, quelle per intenderci avevano usufruito del microcredito e quindi con la Geameen Danone avevano l’opportunità di nuove occasioni di lavoro; una forza di vendita locale, lo Yogurt veniva fatto assaggiare a vicini e amici e venduto.
Vi sono stati dei cambiamenti, qualche difficoltà iniziale, naturale per qualsiasi inizio di attività, ma il 2010 con un nuovo stabilimento e la ricostruzione di un nuovo schema di vendita atto a conquistare una nuova clientela tramite la differenziazione della produzione con tipologie dedicate alle diverse fasce di consumatori. Yunus prevede per il 2010 un anno entusiasmante.2
Abbiamo parlato della Grameen Danone legata ad una multinazionale, ma vi sono tanti altri esempi di business sociale che potrebbero creare imprese più piccole e a costi ridotti; si pensi al miglioramento dell’ambiente con grandi ricadute positive sia per la salute che per l’economia: produttività e la qualità nella vita nelle aree rurali migliorerebbero notevolmente grazie all’organizzazione d’imprese con finalità sociali in settori come la riforestazione, il controllo dei corsi d’acqua, la pesca , l’ecoturismo e l’agricoltura sostenibile.
Intelligenti attività ad esempio possono essere quelle nell’innovazione nei trasporti o nelle tecnologie dell’informatica che può essere applicata anche alla sanità, all’istruzione o all’edilizia abitativa.
Yunus fa un esempio di business sociale significativo: Dhruv Lakra, di Mumbai, in India, ha cominciato a mettere alla prova nel 2008 la sua idea di un servizio di posta celere usando trecento dollari, che aveva risparmiato dalla sua borsa di studio all’Università di Oxford.
Con quel denaro ha assunto due ragazzini non udenti che andavano ancora a scuola e ha cominciato a spedire email agli amici con cui era entrato in contatto in internet chiedendo se avessero bisogno di spedire pacchi a domicilio, magari utilizzando il suo nuovo servizio.
Qualcuno decise di sperimentare l’efficienza della mini azienda di Lakra e quello fu l’inizio di un’impresa con finalità sociali che dà lavoro solo a persone diversamente abili di condizione molto povera. Oggi in questa azienda, la Mirakle Couriers, lavorano trentacinque sordomuti, che consegnano pacchi, in silenzio, ma con grande efficienza in tutta la metropoli.
[1] (da “Il Banchiere dei poveri” di Muhammad Yunus – Edizione Feltrinelli).
Muhammad Yunus – Ha diretto il Dipartimento di economia dell’Università di Chittagong ed è stato insignito del Nobel della pace
2 da “Si può fare – come il businnes sociale può creare un capitalismo più umano” di Yunus – ed. Feltrinelli
"La teoria economica convenzionale, per ricoprire il ruolo di guida dell'impresa, ha escogitato quell'essere umano a una dimensione che è l'imprenditore. Lo ha isolato dal resto della vita, separandolo dalla sfera religiosa, da quella delle emozioni, da quella politica e da quella sociale, così che non gli resti che occuparsi di una sola cosa, la massimizzazione del profitto" (Da Yunus in "Un mondo senza povertà " di Feltrinelli).
La teoria economica ha creato un intero mondo a una dimensione popolato esclusivamente da quelli che si dedicano al gioco del libero mercato e della concorrenza in cui il profitto è la sola misura del successo.
In questo contesto Yunus introduce un nuovo concetto di economia nella quale entra in gioco il business sociale in cui si "...tenga nel giusto conto la natura multimensionale degli essere umani"; egli vede nel business sociale una impresa nella quale l'imprenditore seguirà non l'esclusivo profitto personale, ma ben precisi obiettivi sociali".
Un'impresa sociale si pone l'obiettivo di "...produrre un mutamento positivo nelle condizioni sociali delle persone con cui entra in contatto...è un'impresa che può anche produrre profitto, ma gl'investitori che la finanziano non ne avranno parte alcuna, salvo il recupero, in un lasso di tempo stabilito, di un ammontare equivalente al capitale originariamente investito".
Nel business sociale le imprese a tutti gli effetti debbono "... recuperare tutti i costi cui vanno incontro perseguendo i propri obiettivi".
Non carità quindi, ma con obiettivi esclusivamente sociali nei quali l'impresa sfrutta le sue capacità professionali come fattore di cambiamento del mondo e in grado di incidere sulla società.
Yunus sostiene giustamente che oggi un gran numero di organizzazioni si occupano di produrre miglioramenti nelle condizioni sociali, ma nella maggior parte non è in grado di recuperare tutti i costi sostenuti.
Nella realtà le organizzazioni Non Profit e non governative non ponendosi l'obiettivo del recupero dei costi sono costrette spesso in misura preponderante a spendere tempo ed energie nella raccolta fondi facendo affidamento su donazioni, contributi da fondazioni o aiuti governativi.
Nell'impresa con finalità sociali "...le cose vanno in modo diverso, dato che, pur producendo beni o servizi con l'obiettivo prioritario di conseguire uno specifico miglioramento sociale, essa viene gestita con gli stessi criteri adottati dalle imprese tradizionali e quindi è in grado di perseguire il recupero totale dei costi e, se possibile, anche qualche cosa di più, attraverso la vendita dei suoi prodotti o servizi a un prezzo adeguato".
In questo contesto l'impresa con finalità sociali "...deve essere concepita e condotta come una vera azienda, con prodotti, servizi, clienti, mercati, spese e ricavi, ma con l'imperativo del vantaggio sociale al posto di quello della massimizzazione dei profitti. Invece di cercare di accumulare il livello più alto possibile di profitti finanziari a solo beneficio degli investitori, l'impresa con finalità sociali cerca di raggiungere un obiettivo sociale".
Come sappiamo Yunus con il microcredito ha consentito a 12 milioni bengalesi (la maggioranza donne) di poter avviare piccole attività commerciali e questo ha avuto una grande valenza sociale perché oltre ad aver creato lavoro ha portato milioni di persone ad uscire dalla morsa della miseria, mandare i figli a scuola e migliorare le loro abitazioni molto fatiscenti. Ha risposto ai bisogni primari di una società nel disastro allargando la loro base economica e prendendo in mano il proprio destino.
D’altra parte Yunus è andato oltre al concetto di microcredito ha creato imprese percorrendo la strada delle nuove tecnologie indirizzandosi sulle fonti di energia alternativa, in modo particolare di quelle rinnovabili; questo percorso è nato dalla constatazione che “…molti villaggi, in Bangladesh, non sono forniti di elettricità…quindi abbiamo pensato di installare in quei villaggi impianti per la produzione di energia solare…”[1]
Su questa scia è nata la Grameen Shakti (Grameen Energia) “…che si occupa di promuovere l’uso delle energie rinnovabili…La Grameen Shakti sta attualmente sperimentando l’applicazione di pannelli fotovoltaici per uso domestico di accumulatori di energia, di generatori eolici, di impianti per la produzione di biogas (dalla fermentazione della massa vegetale di scarto delle attività agricole si ottiene del gas che può essere usato per produrre energia)”.
Tutto questo diventava estremamente necessario per sfruttare al meglio l’uso della tecnologia informatica; questa, ha affermato Yunus: “…porterà nel mondo drastici cambiamenti…sta modellando un mondo in cui la distanza non esiste più, in cui la comunicazione è istantanea, e questo inciderà su tutti gli ambiti della vita….” e potrà incidere pesantemente per l’abolizione della povertà globale favorendo i poveri nel loro territorio (sussidiarietaà) portandoli ad essere padroni del loro destino; il fine è quello che la new economy non venga lasciata in balia delle forze di mercato a beneficio soltanto dei paesi più ricchi che con essa si arricchiranno ulteriormente.
La globalizzazione nei suoi aspetti positivi potrà portare a promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà tenendo conto dei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna...”.
Afferma Yunus che la “Teconologia informatica porterà nel mondo drastici cambiamenti ….sta modellando un mondo in cui la distanza non esiste più, in cui la comunicazione è istantanea, e questo inciderà su tutti gli ambiti della vita….
Egli proponeva nel 1999 “…la creazione di un “Centro Internazionale di tecnologia informatica per l’abolizione della povertà globale che diventi una tavola rotonda di cervelli e un catalizzatore nella realizzazione di prototipi che operino in tutte le questioni relative alla costruzione”.
Nel mondo, tante persone ricche di risorse sono già impegnate nello sforzo di abolire la povertà. e questo Centro potrà fungere, non solo da collegamento, ma convogliare risorse e talenti per progettare le attività connesse all’IT in modo tale da aiutare i paesi e le persone povere a partecipare alla grande ondata di prosperità. L’IT può dischiudere ai poveri – uomini, donne, giovani – nuove forme di partecipazione nell’economia globale con effettiva incidenza sui costi e modalità di reciproco aiuto.
Il Centro potrà “progettare gli strumenti, gli ambienti e i luoghi di mercato adatto per i poveri, e far si che il terminale informatico diventi un amico, una guida, un insegnante, un filosofo, un medico, un esperto, vale a dire tutto ciò di cui un povero a bisogno.” (da “Il banchiere dei poveri” di Muhammad Yunus).
Questo è solo uno degli esempio di come si può far uscire il povero dalla miseria, ma altri se ne possono fare come la costituzione della prima impresa con finalità sociali, la Geameen Danone, già operativa dal 2007 con uno stabilimento di Bogra, in Bangladesh, che produceva allora i primi vasetti di Shokti Doi, lo Yogurt potenziato con gli elementi nutrizionali di cui i bambini del Bangladesh hanno un grande bisogno, e nei villaggi le “signore Grameen”, quelle per intenderci avevano usufruito del microcredito e quindi con la Geameen Danone avevano l’opportunità di nuove occasioni di lavoro; una forza di vendita locale, lo Yogurt veniva fatto assaggiare a vicini e amici e venduto.
Vi sono stati dei cambiamenti, qualche difficoltà iniziale, naturale per qualsiasi inizio di attività, ma il 2010 con un nuovo stabilimento e la ricostruzione di un nuovo schema di vendita atto a conquistare una nuova clientela tramite la differenziazione della produzione con tipologie dedicate alle diverse fasce di consumatori. Yunus prevede per il 2010 un anno entusiasmante.2
Abbiamo parlato della Grameen Danone legata ad una multinazionale, ma vi sono tanti altri esempi di business sociale che potrebbero creare imprese più piccole e a costi ridotti; si pensi al miglioramento dell’ambiente con grandi ricadute positive sia per la salute che per l’economia: produttività e la qualità nella vita nelle aree rurali migliorerebbero notevolmente grazie all’organizzazione d’imprese con finalità sociali in settori come la riforestazione, il controllo dei corsi d’acqua, la pesca , l’ecoturismo e l’agricoltura sostenibile.
Intelligenti attività ad esempio possono essere quelle nell’innovazione nei trasporti o nelle tecnologie dell’informatica che può essere applicata anche alla sanità, all’istruzione o all’edilizia abitativa.
Yunus fa un esempio di business sociale significativo: Dhruv Lakra, di Mumbai, in India, ha cominciato a mettere alla prova nel 2008 la sua idea di un servizio di posta celere usando trecento dollari, che aveva risparmiato dalla sua borsa di studio all’Università di Oxford.
Con quel denaro ha assunto due ragazzini non udenti che andavano ancora a scuola e ha cominciato a spedire email agli amici con cui era entrato in contatto in internet chiedendo se avessero bisogno di spedire pacchi a domicilio, magari utilizzando il suo nuovo servizio.
Qualcuno decise di sperimentare l’efficienza della mini azienda di Lakra e quello fu l’inizio di un’impresa con finalità sociali che dà lavoro solo a persone diversamente abili di condizione molto povera. Oggi in questa azienda, la Mirakle Couriers, lavorano trentacinque sordomuti, che consegnano pacchi, in silenzio, ma con grande efficienza in tutta la metropoli.
[1] (da “Il Banchiere dei poveri” di Muhammad Yunus – Edizione Feltrinelli).
Muhammad Yunus – Ha diretto il Dipartimento di economia dell’Università di Chittagong ed è stato insignito del Nobel della pace
2 da “Si può fare – come il businnes sociale può creare un capitalismo più umano” di Yunus – ed. Feltrinelli
Marcello Figuccio
Presidente CISS di Asti e provincia
lunedì 19 novembre 2007
Introduzione al convegno "Luigi Sturzo, le Autonomie locali e L'ANCI" - 18 giugno 2005
Apertura lavori
Dott. Marcello FIGUCCIO
Presidente del Centro Internazionale
Studi Luigi Sturzo di Asti e provincia
Nell’introdurre questo convegno mi preme ringraziare i presenti e, soprattutto, i relatori del Centro Internazionale Studi Sturzo (CISS); il loro contributo sarà molto prezioso per comprendere la lucidità e lungimiranza di don Luigi Sturzo riguardo le autonomie locali.
Ringrazio,quindi, il dott. Giovanni Palladino,presidente nazionale del CISS; la professoressa Valeria Marcucci Giornalista e autrice di saggi storici, tra l’altro autrice del libro “Luigi Sturzo – Vita e battaglie per la libertà del partito popolare italiano”; il prof. Chiaramonte, anch’egli autore di diversi studi sulla figura di Sturzo, tra i quali “Il municipalismo di Luigi Sturzo – Pro-sindaco di Caltagirone (1899-1920)”; ed infine desidero sottolineare la gradita presenza del Mons. Francesco Maria Tasciotti che chiarirà una volta per tutte la profonda laicità del messaggio cristiano di Sturzo.
Non poteva mancare in questo convegno la presenza dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (A.N.C.I.) rappresentata dal dott. Andrea FLUTTERO, vicepresidente A.N.C.I. della Regione Piemonte e Sindaco del Comune di Chivasso; la sua esperienza come amministratore di un comune importante della provincia di Torino è significativa nel comprendere al meglio i pregi e le ombre che si rilevano nella gestione amministrativa di un ente Locale.
E per ultimo, ma non meno importante, mi preme ringraziare in modo particolare il dott. Giorgio Musso, vice presidente della provincia di Asti che, oltre a portarci il saluto del presidente Roberto Marmo, sarà molto prezioso per la sua attività di amministratore svolta con passione e competenza, prima come sindaco di un piccolo comune, Castelnuovo Don Bosco e poi come presidente della Comunità Collinare “Alto Astigiano”.
Prima di iniziare il mio intervento, desidero leggere il messaggio che mi ha inviato l’Assessore Deorsola, assessore Federalismo, decentramento e rapporti con enti locali della Regione Piemonte:
“Spiacente di non poter partecipare al convegno Luigi Sturzo delle autonomie locali e dell’A.N.C.I., causa impegni istituzionali precedentemente assunti.
Il tema che tratterà il convegno attuale è importante ed anche la giunta regionale, in particolare le deleghe che la presidente Bresso mi ha assegnato, sono finalizzate al rinnovamento della pubblica amministrazione, per renderla più agile e trasparente e migliorare i rapporti con gli enti locali per una reale attuazione del decentramento.
Auguro un buon lavoro ai relatori e rivolgo i miei più cordiali saluti. Sergio Deorsola”.
Desidero, altresì, leggere quanto inviatoci dall’assessore regionale Bruna Sibille del settore sviluppo della montagna e foreste, opere pubbliche, difesa del suolo:
“Gentile presidente, sono spiacente di non poter partecipare al convegno di Luigi Sturzo sulle autonomie locali ed A.N.C.I. Purtroppo, gli impegni istituzionali, precedentemente assunti, non mi consentono di essere presente.
Sono amministratrice locale da moltissimi anni ed il tema che voi trattate mi sta molto a cuore.
E’ sul territorio, infatti, che operano spesso le energie umane migliori per il preziosissimo lavoro di cura di una comunità che si fa sintesi tra valori e bisogni ed interessi diversi. Do’ merito al vostro sforzo di ricordare la figura così centrale dell’Italia repubblicana, in un momento particolarmente importante dei rapporti delle istituzioni di questo paese. Siamo, oggi, di fronte alla sconfitta della repubblica, alla riduzione dei differenti approcci culturali ed ideologici della vita pubblica al mero scopo di parte.
Tutto ciò, quanto di più lontano dalla stagione nella quale Don Sturzo si cimentò, a volte anche duramente, ma sempre con quella compostezza che gli derivava dalla consapevolezza vissuta di cosa fosse un paese espropriato per 20 anni dalla sua pratica democratica. Scusatemi ancora per l’assenza e vi auguro buon lavoro. Cordiali saluti”.
Aprirò i lavori di questo convegno con alcune brevi considerazioni.
Gabriele De Rosa riportava quanto affermato da Sturzo: “…non capiscono niente coloro che sottovalutano questa mia attività di esperienza municipale”.
In effetti, in Don Sturzo, l’esperienza municipale ha avuto un ruolo fondamentale nella sua vita e d’altro canto è bene rimarcare il grande contributo di pensiero e di azione che ci ha trasmesso questo grande uomo e sacerdote catalino nell’ANCI dal 1904 al 1924; del resto, basta leggere una parte dell’ “Appello dei liberi e forti”, in cui si parla di autonomie locali, in esso affermò: “Lo stato è accentratore e tendente a limitare il potere organico in ogni attività civile ed individuale. Vogliamo, sul terreno costituzionale, sostituire uno stato puramente temporale che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali, che rispetti la responsabilità individuale ed incoraggi le iniziative private”.
Questo è uno dei concetti fondanti di Sturzo.
Nello stesso Appello del gennaio 1919 Sturzo riprese sottolineando la: “…libertà ed autonomia degli enti pubblici locali, riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione, in relazione alle tradizioni della nazione ed alle necessità di sviluppo della vita locale, riforma della burocrazia, l’alto accentramento amministrativo, ottenuto anche per mezzo della collaborazione d’organismi industriali, agricoli e commerciali e capitale del lavoro”.
Uno degli aspetti che mi hanno impressionato di Sturzo, di questo parleranno, naturalmente, i nostri relatori, fu la grande importanza e cura che egli dava alla discussione sul bilancio.
In realtà, Sturzo, riguardo al tema della discussione finanziaria sosteneva un principio basilare secondo cui il bilancio e la previsione costituiscono il momento più efficace e concreto dell’attività amministrativa di programmazione del comune teso a rendere l’utilizzo delle risorse pubbliche efficienti, efficaci e produttive, d’altra parte il bilancio, sia di previsione che consuntivo, del comune di Caltagirone, di cui Sturzo fu sindaco: “…usciva dalle stanze dei maggiorenti per arrivare nella città, nelle piazze e nelle sedi delle associazioni locali”.
A proposito della discussione di questo atto molto importante vorrei riportare alcune righe di Chiaramonte nel suo libro “Il Municipalismo di Luigi Sturzo” in esse si afferma che il bilancio rappresenta: “Il banco di prova di tutte le amministrazioni…La discussione del bilancio di previsione costituisce uno dei momenti più significativi e concreti per analizzare le capacità di programmazione e di gestione di qualsiasi amministrazione…”; vale la pena rilevare come a Caltagirone il bilancio “…divenne un appuntamento di confronto non solo all’interno del consiglio comunale, ma anche con la popolazione alla quale, sia attraverso i giornali, sia con la pubblicazione in opuscolo delle cifre circostanziate, il bilancio veniva presentato e spiegato”
E’ indubbio che questo argomento debba essere ulteriormente approfondito e i nostri relatori che mi seguiranno avranno l’opportunità di farlo con maggiore efficacia data la loro esperienza e studio sulla gestione amministrativa di un comune e di qualsiasi altro Ente Locale.
Dott. Marcello FIGUCCIO
Presidente del Centro Internazionale
Studi Luigi Sturzo di Asti e provincia
Nell’introdurre questo convegno mi preme ringraziare i presenti e, soprattutto, i relatori del Centro Internazionale Studi Sturzo (CISS); il loro contributo sarà molto prezioso per comprendere la lucidità e lungimiranza di don Luigi Sturzo riguardo le autonomie locali.
Ringrazio,quindi, il dott. Giovanni Palladino,presidente nazionale del CISS; la professoressa Valeria Marcucci Giornalista e autrice di saggi storici, tra l’altro autrice del libro “Luigi Sturzo – Vita e battaglie per la libertà del partito popolare italiano”; il prof. Chiaramonte, anch’egli autore di diversi studi sulla figura di Sturzo, tra i quali “Il municipalismo di Luigi Sturzo – Pro-sindaco di Caltagirone (1899-1920)”; ed infine desidero sottolineare la gradita presenza del Mons. Francesco Maria Tasciotti che chiarirà una volta per tutte la profonda laicità del messaggio cristiano di Sturzo.
Non poteva mancare in questo convegno la presenza dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (A.N.C.I.) rappresentata dal dott. Andrea FLUTTERO, vicepresidente A.N.C.I. della Regione Piemonte e Sindaco del Comune di Chivasso; la sua esperienza come amministratore di un comune importante della provincia di Torino è significativa nel comprendere al meglio i pregi e le ombre che si rilevano nella gestione amministrativa di un ente Locale.
E per ultimo, ma non meno importante, mi preme ringraziare in modo particolare il dott. Giorgio Musso, vice presidente della provincia di Asti che, oltre a portarci il saluto del presidente Roberto Marmo, sarà molto prezioso per la sua attività di amministratore svolta con passione e competenza, prima come sindaco di un piccolo comune, Castelnuovo Don Bosco e poi come presidente della Comunità Collinare “Alto Astigiano”.
Prima di iniziare il mio intervento, desidero leggere il messaggio che mi ha inviato l’Assessore Deorsola, assessore Federalismo, decentramento e rapporti con enti locali della Regione Piemonte:
“Spiacente di non poter partecipare al convegno Luigi Sturzo delle autonomie locali e dell’A.N.C.I., causa impegni istituzionali precedentemente assunti.
Il tema che tratterà il convegno attuale è importante ed anche la giunta regionale, in particolare le deleghe che la presidente Bresso mi ha assegnato, sono finalizzate al rinnovamento della pubblica amministrazione, per renderla più agile e trasparente e migliorare i rapporti con gli enti locali per una reale attuazione del decentramento.
Auguro un buon lavoro ai relatori e rivolgo i miei più cordiali saluti. Sergio Deorsola”.
Desidero, altresì, leggere quanto inviatoci dall’assessore regionale Bruna Sibille del settore sviluppo della montagna e foreste, opere pubbliche, difesa del suolo:
“Gentile presidente, sono spiacente di non poter partecipare al convegno di Luigi Sturzo sulle autonomie locali ed A.N.C.I. Purtroppo, gli impegni istituzionali, precedentemente assunti, non mi consentono di essere presente.
Sono amministratrice locale da moltissimi anni ed il tema che voi trattate mi sta molto a cuore.
E’ sul territorio, infatti, che operano spesso le energie umane migliori per il preziosissimo lavoro di cura di una comunità che si fa sintesi tra valori e bisogni ed interessi diversi. Do’ merito al vostro sforzo di ricordare la figura così centrale dell’Italia repubblicana, in un momento particolarmente importante dei rapporti delle istituzioni di questo paese. Siamo, oggi, di fronte alla sconfitta della repubblica, alla riduzione dei differenti approcci culturali ed ideologici della vita pubblica al mero scopo di parte.
Tutto ciò, quanto di più lontano dalla stagione nella quale Don Sturzo si cimentò, a volte anche duramente, ma sempre con quella compostezza che gli derivava dalla consapevolezza vissuta di cosa fosse un paese espropriato per 20 anni dalla sua pratica democratica. Scusatemi ancora per l’assenza e vi auguro buon lavoro. Cordiali saluti”.
Aprirò i lavori di questo convegno con alcune brevi considerazioni.
Gabriele De Rosa riportava quanto affermato da Sturzo: “…non capiscono niente coloro che sottovalutano questa mia attività di esperienza municipale”.
In effetti, in Don Sturzo, l’esperienza municipale ha avuto un ruolo fondamentale nella sua vita e d’altro canto è bene rimarcare il grande contributo di pensiero e di azione che ci ha trasmesso questo grande uomo e sacerdote catalino nell’ANCI dal 1904 al 1924; del resto, basta leggere una parte dell’ “Appello dei liberi e forti”, in cui si parla di autonomie locali, in esso affermò: “Lo stato è accentratore e tendente a limitare il potere organico in ogni attività civile ed individuale. Vogliamo, sul terreno costituzionale, sostituire uno stato puramente temporale che riconosca i limiti della sua attività, che rispetti i nuclei e gli organismi naturali, che rispetti la responsabilità individuale ed incoraggi le iniziative private”.
Questo è uno dei concetti fondanti di Sturzo.
Nello stesso Appello del gennaio 1919 Sturzo riprese sottolineando la: “…libertà ed autonomia degli enti pubblici locali, riconoscimento delle funzioni proprie del comune, della provincia e della regione, in relazione alle tradizioni della nazione ed alle necessità di sviluppo della vita locale, riforma della burocrazia, l’alto accentramento amministrativo, ottenuto anche per mezzo della collaborazione d’organismi industriali, agricoli e commerciali e capitale del lavoro”.
Uno degli aspetti che mi hanno impressionato di Sturzo, di questo parleranno, naturalmente, i nostri relatori, fu la grande importanza e cura che egli dava alla discussione sul bilancio.
In realtà, Sturzo, riguardo al tema della discussione finanziaria sosteneva un principio basilare secondo cui il bilancio e la previsione costituiscono il momento più efficace e concreto dell’attività amministrativa di programmazione del comune teso a rendere l’utilizzo delle risorse pubbliche efficienti, efficaci e produttive, d’altra parte il bilancio, sia di previsione che consuntivo, del comune di Caltagirone, di cui Sturzo fu sindaco: “…usciva dalle stanze dei maggiorenti per arrivare nella città, nelle piazze e nelle sedi delle associazioni locali”.
A proposito della discussione di questo atto molto importante vorrei riportare alcune righe di Chiaramonte nel suo libro “Il Municipalismo di Luigi Sturzo” in esse si afferma che il bilancio rappresenta: “Il banco di prova di tutte le amministrazioni…La discussione del bilancio di previsione costituisce uno dei momenti più significativi e concreti per analizzare le capacità di programmazione e di gestione di qualsiasi amministrazione…”; vale la pena rilevare come a Caltagirone il bilancio “…divenne un appuntamento di confronto non solo all’interno del consiglio comunale, ma anche con la popolazione alla quale, sia attraverso i giornali, sia con la pubblicazione in opuscolo delle cifre circostanziate, il bilancio veniva presentato e spiegato”
E’ indubbio che questo argomento debba essere ulteriormente approfondito e i nostri relatori che mi seguiranno avranno l’opportunità di farlo con maggiore efficacia data la loro esperienza e studio sulla gestione amministrativa di un comune e di qualsiasi altro Ente Locale.
giovedì 15 novembre 2007
I 10 anni di attività del CISS di Asti
Si è svolto ad Asti il 13 novenbre 2007 il convegno dal tema "L'Autonomia Locale tra decentramento e sussidiarietà attraverso la 328/2000 e la L.R. 1/2004"
In occasione del convegno si è discusso sugli aspetti positivi e le criticità dei piani di zona del Piemonte secondo i criteri stabiliti dalla L.R. 1/2004 in attuazione alla 328/2000.
In Piemonte il 30% dei Consorzi non hanno ancora approvato i piani di zona.
In occasione del convegno si è discusso sugli aspetti positivi e le criticità dei piani di zona del Piemonte secondo i criteri stabiliti dalla L.R. 1/2004 in attuazione alla 328/2000.
In Piemonte il 30% dei Consorzi non hanno ancora approvato i piani di zona.
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I FALSI PROFETI E IL GIUSTO VALORE DEI TALENTI
I FALSI PROFETI
E IL GIUSTO VALORE DEI TALENTI
Nel lontano 1957 il senatore e professore Federico Marconcini del Centro Studi “Luigi Sturzo” di Torino tenne un corso di dottrina sociale cristiana di notevole levatura.
Tale corso ebbe come obiettivo, come affermò lo stesso Marconcini: “La sete di verità che orienti gli spiriti non sufficientemente maturati a giudicare la vita sociale contemporanea”.
Sarebbe molto interessante riprendere il filone di quel ciclo di lezioni (furono quindici incontri settimanale): essi ripercorsero duemila anni di cristianesimo che fecero comprendere, attraverso una visione diversa della storia, sui grandi errori sociali del passato rafforzando la giustezza dei principi sociali cristiani e il loro aspetto ancora oggi attuale e rivoluzionario.
Fu una sete di verità che fece meditare con più attenzione a quel passo del Vangelo secondo S. Matteo che afferma: “Guardatavi dai falsi profeti: essi vengono a voi in veste di pecore, dentro invece sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete.
Purtroppo se guardiamo indietro a questo ultimo secolo appena trascorso ci rendiamo conto di essere arrivati a tali eccessi da rimanerne sgomenti. Abbiamo avuto falsi profeti i cui frutti ci hanno portato a due guerre mondiali aggravate da milioni di morti e dalla presenza di campi di concentramento sia comunisti che nazisti, dalla presenza di dittature che per anni hanno limitato la libertà di intere nazioni fomentando odio tra gli uomini e , infine, una crescita economica esasperata che ha portato ha detenere in poche mani la ricchezza mondiale mantenendo i 2/3 del mondo nella misera.
Nello stesso tempo, ai giorni nostri, Papa Wojtyla, ha ricordato ai suoi giovani del Giubileo che: “Nel secolo che finisce giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare a odiare”.
Ed è su questa affermazione che vorrei soffermarmi per una riflessione sugli orrori perpetrati dal comunismo e dal nazismo: due realtà non perdonabili che hanno distrutto ogni senso della dignità umana; su questo punto credo si possa essere tutti d’accordo, esse in fondo non hanno fatto altro che insegnare ad odiare.
La storia, comunque, ci ha offerto ben altre realtà che è nostro dovere far risaltare come diceva un altro grande piemontese Vincenzo Gioberti : “Bisogna esplicare la potenza del passato per farne uscire un avvenire più perfetto. Nessuno istituto può gettare salde e durevoli radici se non trova un addentellato negli ordini che lo precedono”..
In questo contesto basterebbe riprendere i tre sensi del valore di Aristotele come ben ha fatto S. Tommaso D’Aquino: ogni bene che serve a soddisfare i bisogni degli uomini ha un prezzo che dipende da tre aspetti: dal valore soggettivo o di utilità che è alla base della domanda, dal valore oggettivo che è alla base dell’offerta e da un terzo e significativo valore che è quello sociale o prezzo di mercato che tiene conto non solo della domanda e dell’offerta ma anche delle relazioni sociali fra gli uomini e le nazioni.
In sostanza è il forte concetto del giusto prezzo, del giusto profitto e del giusto salario, un tema che prendeva vigore in un periodo nel quale nascevano gl’imprenditori capitalisti, uomini che, come diceva S. Antonino da Firenze:“…si distinguono dalla massa per speciali talenti”
Si aprì la strada di riconoscere la ricchezza come mezzo con cui perseguire un maggiore bene comune e non come fine proprio, si sottolineò la naturale funzione sociale del capitale cercando di distinguere il buono dal cattivo capitalismo.
Amo riprendere a questo proposito alcune parole importanti di S. Antonino da Firenze: “Fratelli presto verrà il tempo in cui il risparmio (e quindi il capitale in cui si trasforma con i diversi investimenti) avrà una parte di fondamentale importanza per il futuro del mondo, accelerando il ritmo della crescita economica. Se ad alimentare il risparmio saranno le virtù degli uomini (operosità, probità, onesta e previdenza) la crescita sarà rapida e armoniosa, i suoi frutti saranno moralmente buoni e abbondanti e soprattutto saranno distribuiti con giustizia. Invece se ad alimentare l’accumulazione del capitale saranno i vizi degli uomini la crescita vi sarà ugualmente ma i frutti non saranno sempre copiosi né soprattutto saranno moralmente buoni, anche perché ingiustamente distribuiti”.
Significativa ed importante testimonianza di quel periodo ma purtroppo da allora si è perduto il valore di questo pensiero del capitalismo di ispirazione cattolica e ci si è avviati sulla strada di due grandi superbie umane quali, come affermò un grande Senatore Federico Marconcini, sturziano di ferro “.. l’idolatria dell’io e il culto spasmodico della materia.”.
Una strada di sfrenata ingordigia e spietato edonismo ove la scienza economica borghese attuò quel disastroso principio della neutralità di fronte all’etica e alla morale che generò frutti quali il nazismo, il comunismo e il fascismo: esempi che certamente non hanno, come sosteneva Francesco Vito, emerito professore dell’Università Cattolica del sacro Cuore, quella “…concezione etica del vivere sociale, secondo la quale tutti i membri della collettività sono fra loro collegati, mercè il vicolo organico, ad unità interiore e concordemente mirano allo scopo essenziale della società, che è la conservazione, lo sviluppo e il perfezionamento della persona umana”
Marcello Figuccio
Presidente
Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo
di Asti e provincia
E IL GIUSTO VALORE DEI TALENTI
Nel lontano 1957 il senatore e professore Federico Marconcini del Centro Studi “Luigi Sturzo” di Torino tenne un corso di dottrina sociale cristiana di notevole levatura.
Tale corso ebbe come obiettivo, come affermò lo stesso Marconcini: “La sete di verità che orienti gli spiriti non sufficientemente maturati a giudicare la vita sociale contemporanea”.
Sarebbe molto interessante riprendere il filone di quel ciclo di lezioni (furono quindici incontri settimanale): essi ripercorsero duemila anni di cristianesimo che fecero comprendere, attraverso una visione diversa della storia, sui grandi errori sociali del passato rafforzando la giustezza dei principi sociali cristiani e il loro aspetto ancora oggi attuale e rivoluzionario.
Fu una sete di verità che fece meditare con più attenzione a quel passo del Vangelo secondo S. Matteo che afferma: “Guardatavi dai falsi profeti: essi vengono a voi in veste di pecore, dentro invece sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete.
Purtroppo se guardiamo indietro a questo ultimo secolo appena trascorso ci rendiamo conto di essere arrivati a tali eccessi da rimanerne sgomenti. Abbiamo avuto falsi profeti i cui frutti ci hanno portato a due guerre mondiali aggravate da milioni di morti e dalla presenza di campi di concentramento sia comunisti che nazisti, dalla presenza di dittature che per anni hanno limitato la libertà di intere nazioni fomentando odio tra gli uomini e , infine, una crescita economica esasperata che ha portato ha detenere in poche mani la ricchezza mondiale mantenendo i 2/3 del mondo nella misera.
Nello stesso tempo, ai giorni nostri, Papa Wojtyla, ha ricordato ai suoi giovani del Giubileo che: “Nel secolo che finisce giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare a odiare”.
Ed è su questa affermazione che vorrei soffermarmi per una riflessione sugli orrori perpetrati dal comunismo e dal nazismo: due realtà non perdonabili che hanno distrutto ogni senso della dignità umana; su questo punto credo si possa essere tutti d’accordo, esse in fondo non hanno fatto altro che insegnare ad odiare.
La storia, comunque, ci ha offerto ben altre realtà che è nostro dovere far risaltare come diceva un altro grande piemontese Vincenzo Gioberti : “Bisogna esplicare la potenza del passato per farne uscire un avvenire più perfetto. Nessuno istituto può gettare salde e durevoli radici se non trova un addentellato negli ordini che lo precedono”..
In questo contesto basterebbe riprendere i tre sensi del valore di Aristotele come ben ha fatto S. Tommaso D’Aquino: ogni bene che serve a soddisfare i bisogni degli uomini ha un prezzo che dipende da tre aspetti: dal valore soggettivo o di utilità che è alla base della domanda, dal valore oggettivo che è alla base dell’offerta e da un terzo e significativo valore che è quello sociale o prezzo di mercato che tiene conto non solo della domanda e dell’offerta ma anche delle relazioni sociali fra gli uomini e le nazioni.
In sostanza è il forte concetto del giusto prezzo, del giusto profitto e del giusto salario, un tema che prendeva vigore in un periodo nel quale nascevano gl’imprenditori capitalisti, uomini che, come diceva S. Antonino da Firenze:“…si distinguono dalla massa per speciali talenti”
Si aprì la strada di riconoscere la ricchezza come mezzo con cui perseguire un maggiore bene comune e non come fine proprio, si sottolineò la naturale funzione sociale del capitale cercando di distinguere il buono dal cattivo capitalismo.
Amo riprendere a questo proposito alcune parole importanti di S. Antonino da Firenze: “Fratelli presto verrà il tempo in cui il risparmio (e quindi il capitale in cui si trasforma con i diversi investimenti) avrà una parte di fondamentale importanza per il futuro del mondo, accelerando il ritmo della crescita economica. Se ad alimentare il risparmio saranno le virtù degli uomini (operosità, probità, onesta e previdenza) la crescita sarà rapida e armoniosa, i suoi frutti saranno moralmente buoni e abbondanti e soprattutto saranno distribuiti con giustizia. Invece se ad alimentare l’accumulazione del capitale saranno i vizi degli uomini la crescita vi sarà ugualmente ma i frutti non saranno sempre copiosi né soprattutto saranno moralmente buoni, anche perché ingiustamente distribuiti”.
Significativa ed importante testimonianza di quel periodo ma purtroppo da allora si è perduto il valore di questo pensiero del capitalismo di ispirazione cattolica e ci si è avviati sulla strada di due grandi superbie umane quali, come affermò un grande Senatore Federico Marconcini, sturziano di ferro “.. l’idolatria dell’io e il culto spasmodico della materia.”.
Una strada di sfrenata ingordigia e spietato edonismo ove la scienza economica borghese attuò quel disastroso principio della neutralità di fronte all’etica e alla morale che generò frutti quali il nazismo, il comunismo e il fascismo: esempi che certamente non hanno, come sosteneva Francesco Vito, emerito professore dell’Università Cattolica del sacro Cuore, quella “…concezione etica del vivere sociale, secondo la quale tutti i membri della collettività sono fra loro collegati, mercè il vicolo organico, ad unità interiore e concordemente mirano allo scopo essenziale della società, che è la conservazione, lo sviluppo e il perfezionamento della persona umana”
Marcello Figuccio
Presidente
Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo
di Asti e provincia
LA NOBILTA' DELLA POLITICA
Pubblicato nel bisettimanale di Asti "La Nuova provincia" il 3 luglio 1998
Informazioni personali
- Figuccio Marcello
- Presidente del Centro Internazionale Studi Luigi Sturzo di Asti e Provincia ed esperto di politiche sociali. Ha operato per anni fin da 1993 sulla attività politica ed amministrativa degli Enti Locali e ha svolto ricerce di mercato e attività di progettazione, coordinamento e proposto progetti pilota sulla base di bandi regionali ed europei. Svolge altresì attività di consulenza per enti locali e associazione di volontariato per avviare progetti nel settore ambientale, sociale e telematico Attualmente opera come Consulente d’impresa per le seguenti attività: - Gestione ed elaborazione dati contabili; - Consulenza per la finanza d’impresa ordinaria, straordinaria ed agevolata; - Attività di disbrigo pratiche amministrative in genere; - Attività di mediatore creditizio previsto dalla legge 7 marzo 1996, n. 108 e dal d.p.r. 28 luglio 2000 n. 287 per l’attività di intermediazione di muti e finanziamenti - Consulenza aziendale ed analisi di bilancio. - svolge, inoltre, attività di consulenza nei settori finanza agevolata e d’impresa, progettazione fattibilità e sviluppo d’impresa, promuovere fiere e mostre-mercato ed intermediazione creditizia.
“La dottrina sociale della chiesa in un mondo che cambia” 14 dicembre 2001 - Intervento conclusivo
14 dicembre 2001 Intervento conclusivo sul ciclo di conferenze di Figuccio Marcello
“La dottrina sociale della chiesa in un mondo che cambia” organizzato dal C.I.S.S. di ASTI
Quando due anni fa delineai i contenuti del ciclo di conferenze sulla Dottrina sociale della Chiesa cercai risposte sulla questione sociale di fronte alla miseria e alle ingiustizie del mondo.
Mi colpì allora la lettura di alcuni passi della “Populorum progressio” l’enciclica di Paolo VI sullo sviluppo dei popoli.
In essa Paolo VI mise l’accento su un umanesimo plenario ove lo sviluppo dei popoli deve avere come faro il forte messaggio evangelico che “…impone” si legge nell’enciclica “di mettersi al servizio degli uomini…e convincerli dell’urgenza di un’azione solidale”.
Paolo VI continuò affermando come le encicliche sociali non “…mancarono al dovere, proprio del loro ufficio, di proiettare sulle questioni sociali del loro tempo la luce del Vangelo”.
Nel leggere queste osservazioni, che ai più sembrano banali, mi confermarono la grande importanza della politica, quella alta, quella al servizio degli uomini.
Una politica che fu in fondo quella di Sturzo il quale non fu solo un sociologo e un politico ma fu soprattutto un sacerdote e il suo “esempio ed il suo pensiero furono…un’autentica testimonianza a Cristo”.
Egli fu un uomo di fede, ma anche di azione e si preoccupò, alla pari di altri grandi cattolici, di dar dignità all’uomo; fondò cooperative, aprì banche e trovò il sistema di creare occasioni di lavoro avendo sempre in mente come questo sia fondamentale per il soddisfacimento dei bisogni primari di ogni uomo e della sua famiglia.
Ma Sturzo non fu il solo a portare avanti con tenacia il messaggio evangelico: mi viene mente la costituzione in Germania di numerose casse rurali da un idea nel 1849 di Federico Guglielmo Raiffeisen che organizzò in modo cooperativo il credito agrario tentando di liberare così i contadini e i piccoli proprietari dall’oppressione degli usurai.
In Italia un certo Wollemborg seguì lo stesso sistema di Raiffeisen e, con l’aiuto dei parroci, ebbe a creare nel 1892 ,72 casse rurali; intorno ad esse nacquero molte cooperative cattoliche, non solo nel veneto e in Lombardia, ma si spinsero, per merito di Sturzo, anche in Sicilia.
Vi sono molte altre testimonianze di Santi, laici e sacerdoti che hanno dato un contributo essenziale nella direzione di “rendere la vita umana più umana” (dalla Gaudium et Spes): basta ricordare ancora i Santi sociali del Piemonte che nell’800; essi si preoccuparono di sfamare e far sopravvivere uomini sfortunati tentando con oratori, scuole, laboratori, piccole imprese artigiane e cooperative di costruire loro un futuro.
Dobbiamo rammentare che allora personaggi come San Giovanni Bosco, don Cafasso, don Murialdo, don Giuseppe Benedetto Cottolengo e altri operavano, tra spiantati e disperati, in un mondo che vedeva crescere a dismisura il divario tra chi aveva un lavoro e chi brancolava alla giornata.
Non è necessario andare oltre se non per ribadire che tutti questi uomini non fecero altro che lottare per spargere nel mondo i semi del vangelo il cui unico obiettivo fu esclusivamente l’amore per gli altri; essi furono anche concreti nel risolvere la questione sociale come si prefiggeva Leone XIII con la prima Enciclica Sociale la Rerum Novarum.
Il ciclo di conferenze di cinque serate appena concluso organizzato dal Centro Internazionale Studi Don Luigi Sturzo “La dottrina Sociale della Chiesa in un mondo che cambia” ha ripresentato lo stesso filo conduttore di quanto sopra affermato, che mai si è spezzato: quello della dignità dell’uomo ove l’uomo stesso è stato sempre posto al centro di tutte le esposizioni con il tentativo di appianare il conflitto perenne tra il “piano della sussistenza fisica degli uni e dell’opulenza degli altri” (Centesimus Annus); un conflitto che si risolve nella pace la quale si edifica sul fondamento della giustizia.
In tutte le encicliche sociali si è cercato di risolvere problema della dignità dell’uomo, ponendo in prima fila “la dignità del lavoratore in quanto tale e, per ciò stesso la dignità del lavoro, che viene definito come l’attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, e specialmente alla conservazione” (Centesimus Annus).
In fondo si può affermare come “il lavoro degli operai è quello che forma la ricchezza nazionale. E’ quindi giusto che il governo s’interessi dell’operaio, facendo sì che egli partecipi in qualche misura di quella ricchezza che esso medesimo produce” (Rerum Novarum di Leone XIII).
Tutti concorrono, ognuno a seconda delle sue capacità a creare la ricchezza nazionale e questa deve essere distribuita con giustizia a tutta la collettività, deve giovare a tutti “essendo interesse universale”
MARCELLO FIGUCCIO
Centro Internazionale
Studi don Luigi Sturzo di Asti
27 marzo 2004 Gaudium et Spes – Dignità umana e famiglia
LA GAUDIUM ET SPES
E LA DIGNITA’ UMANA
Il 6 dicembre 1965 venne emessa la costituzione pastorale del Concilio Vaticano II sulla chiesa del mondo contemporaneo, la “Gaudium Et Spes”.
Questo documento è di rilevante importanza in quanto affronta i temi essenziali del mondo nel quale viviamo rivolgendosi in modo chiaro e comprensibile a tutti gli uomini cercando di esporre come la Chiesa intende inquadrare la sua presenza e la sua azione nel mondo contemporaneo.
L’elemento fondante della “Gaudium Et Spes” è l’uomo come protagonista nel mondo: “Un mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi suoi, delle sue sconfitte e delle sue vittorie”
L’uomo è dunque al centro della società di questo importante documento che si propone nella sua esposizione di salvare l’umanità e di edificare l’umana società avendo come cardine un uomo integrale “…nell’unità di corpo e anima, di cuore e coscienza, di intelletto e volontà”.
Lo sforzo è stato quello di comprendere il mondo disastrato in cui viviamo per “scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del vangelo” e cercare di guidare l’uomo ad agire nel nome di Gesù Cristo “…il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non a essere servito”.
C’è in queste parole il vero significato dell’agire umano che deve avere come fine quello di affermare, fortificare e sviluppare la dignità umana.
Nella realtà d’oggi l’uomo combatte ogni giorno una lotta drammatica “tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre”, ma tante miserie e tanto male non possono derivare da un Creatore infinitamente buono e, d’altro canto, egli non si deve lasciare “…illudere da fallaci finzioni che fluiscono unicamente dalle condizioni fisiche e sociali…” ma deve avere un’anima spirituale e immortale che in simbiosi con il corpo e il mondo materiale “…va a toccare la verità stessa delle cose”.
L’intelligenza ha permesso l’uomo di renderlo superiore a tutto l’universo e gli ha permesso di dominare il creato, ma se essa è seguita dalla sapienza “…la natura intellettuale della persona umana raggiunge la perfezione ed attrae con soavità la mente a cercare e ad amare il vero bene e, quando l’uomo ne è ripieno, lo conduce attraverso il visibile all’invisibile”.
Intelligenza e sapienza una stretta correlazione che deve sempre essere più forte se vogliamo aiutare un mondo contemporaneo impregnato sempre più di miseria e inaudita violenza.
In tutte le azioni della vita dell’uomo è sempre presente la sua coscienza che ha nel suo intimo la chiara visione di ciò che è bene e ciò che è male e ne fa risaltare la loro netta distinzione portando l’uomo “ad amare e a fare il bene e a fuggire il male” e quando occorre la coscienza ”chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa questo, fuggi quest’altro”
Non si può fuggire alla coscienza, la consapevolezza e il grido del male che è dentro di noi si presenta continuamente e spesso non l’ascoltiamo, ma “quanto più…prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità”.
Abbiamo parlato dell’intelligenza, della sapienza e della coscienza, ma è nella libertà che l’uomo “può volgersi al bene” e raggiunge la sua massima dignità nel momento in cui agisce “secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e indotto da convinzioni personali, e non per un cieco impulso interno o per mera coazione esterna”.
La Gaudium Et Spes mette in rilievo molti altri aspetti significativi, ma quello che risalta nelle sue righe è il considerare l’assoluta interdipendenza tra il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società: “soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, come quella che di sua natura ha sommamente bisogno di socialità”
Da questa interdipendenza sempre più stretta deriva nel mondo intero il bene comune che deve necessariamente portare a condizioni di vita sociale verso la perfezione investendo diritti e doveri che debbono riguardare l’intero genere umano.
(continua)
Papa Giovanni Paolo II dal 1962 al 1965 partecipò alle quattro sessioni del Concilio Vaticano II; egli fu in prisimissima nell'operazione per una nuova apertura del cattolicesimo al mondo moderno e costituì un punto di riferimento nella grande battaglia conciliare per definire la libertà religiosa quale fondamentale diritto dell'uomo.
Egli affermò che "La crisi dell'uomo moderno è soprattutto una crisi di idee, una crisi stessa di persona umana. La storia è guidata dalla cultura e dalle idee che costituiscono la cultura.
Le idee hanno conseguenze e se l'idea di persona umana che domina una cultura è viziata, ci sono solo due possibilità: o quella cultura darà vita ad aspirazioni distruttive o sarà incapace di realizzare le sue più ardenti speranze, pur se espresse nei più nobili termini umanistici".
Woitila in realtà si considerò portatore al mondo intero di una proposta sulla natura della persona, sulle esigenze morali della comunità, sul significato della storia e sulla traiettoria del destino dell'umanità.
La proposta di Giovanni paolo II si basò sul fondamento morale di una società libera basato sulla sua peculiare concezione della natura e della degnità della persona umana la quale non è riservata solo ai cattolici, ma ha una portata universale e vale per tutti.
Nella sostenza egli era convinto che la nostra esistenza scorre su binari ove nessuno si determina da solo, ma è influenzato dalla famiglia, dalla educazione, dalla costituzione fisica, lingua, cultura d'origine, amicizia, vocazione, hobby, convinzioni religiose e filosofiche.
Il viaggio della vita, di ogni vita, scorre su simili binari; questo è un dato della condizione umana, ma la loro ampiezza varia, alcune vite scorrono su binari stretti, altre su binari larghi e Wojtyla ebbe un modo di pensare alla vita su binari larghissimi; fu un uomo di fede che lo portò ad essere uomo fino in fondo.
Questa fede fece sorgere in Karl Wojtyla una grande speranza per l'umanità.
Il corso degli avvenimenti della storia ha dato esempi illuminanti "...Alla lunga, nella storia, il poere spirtiuale vince sulla forza bruta; una nazione privata della propria autonomia politica può sopravvivere come nazione grazie alla lingua, alla letteratura, alla musica, alla religione: in una parola grazie alla sua cultura; la cultura, non la politica o l'economia, è la forza motrice della storia".
La cultura fu un elemento fondante di Wojtyla nella sua Polonia come, d'altra parte lo fu per Sturzo quando a Caltagirone istituì un laboratorio culturale di grande livello attravero un teatro ove organizzò rappresentazioni teatrali e musicali raccontando i fatti e gli avvenimenti del suo tempo toccando pure il tema scottante della mafia.
Non vi è da dimenticare che lo stesso Wojtyla fu attore e protagonista di rappresentazioni teatrali; d'altro canto Sturzo fondò circoli religiosi essendo convinto, come Wojtyla, che la religione fosse una forza inesauribile per l'uomo, un potente motore per la sua vita, per la sua dignità e libertà.
Marcello Figuccio
Presidente CISS di Asti e provincia
E LA DIGNITA’ UMANA
Il 6 dicembre 1965 venne emessa la costituzione pastorale del Concilio Vaticano II sulla chiesa del mondo contemporaneo, la “Gaudium Et Spes”.
Questo documento è di rilevante importanza in quanto affronta i temi essenziali del mondo nel quale viviamo rivolgendosi in modo chiaro e comprensibile a tutti gli uomini cercando di esporre come la Chiesa intende inquadrare la sua presenza e la sua azione nel mondo contemporaneo.
L’elemento fondante della “Gaudium Et Spes” è l’uomo come protagonista nel mondo: “Un mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi suoi, delle sue sconfitte e delle sue vittorie”
L’uomo è dunque al centro della società di questo importante documento che si propone nella sua esposizione di salvare l’umanità e di edificare l’umana società avendo come cardine un uomo integrale “…nell’unità di corpo e anima, di cuore e coscienza, di intelletto e volontà”.
Lo sforzo è stato quello di comprendere il mondo disastrato in cui viviamo per “scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del vangelo” e cercare di guidare l’uomo ad agire nel nome di Gesù Cristo “…il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non a essere servito”.
C’è in queste parole il vero significato dell’agire umano che deve avere come fine quello di affermare, fortificare e sviluppare la dignità umana.
Nella realtà d’oggi l’uomo combatte ogni giorno una lotta drammatica “tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre”, ma tante miserie e tanto male non possono derivare da un Creatore infinitamente buono e, d’altro canto, egli non si deve lasciare “…illudere da fallaci finzioni che fluiscono unicamente dalle condizioni fisiche e sociali…” ma deve avere un’anima spirituale e immortale che in simbiosi con il corpo e il mondo materiale “…va a toccare la verità stessa delle cose”.
L’intelligenza ha permesso l’uomo di renderlo superiore a tutto l’universo e gli ha permesso di dominare il creato, ma se essa è seguita dalla sapienza “…la natura intellettuale della persona umana raggiunge la perfezione ed attrae con soavità la mente a cercare e ad amare il vero bene e, quando l’uomo ne è ripieno, lo conduce attraverso il visibile all’invisibile”.
Intelligenza e sapienza una stretta correlazione che deve sempre essere più forte se vogliamo aiutare un mondo contemporaneo impregnato sempre più di miseria e inaudita violenza.
In tutte le azioni della vita dell’uomo è sempre presente la sua coscienza che ha nel suo intimo la chiara visione di ciò che è bene e ciò che è male e ne fa risaltare la loro netta distinzione portando l’uomo “ad amare e a fare il bene e a fuggire il male” e quando occorre la coscienza ”chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa questo, fuggi quest’altro”
Non si può fuggire alla coscienza, la consapevolezza e il grido del male che è dentro di noi si presenta continuamente e spesso non l’ascoltiamo, ma “quanto più…prevale la coscienza retta, tanto più le persone e i gruppi sociali si allontanano dal cieco arbitrio e si sforzano di conformarsi alle norme oggettive della moralità”.
Abbiamo parlato dell’intelligenza, della sapienza e della coscienza, ma è nella libertà che l’uomo “può volgersi al bene” e raggiunge la sua massima dignità nel momento in cui agisce “secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e indotto da convinzioni personali, e non per un cieco impulso interno o per mera coazione esterna”.
La Gaudium Et Spes mette in rilievo molti altri aspetti significativi, ma quello che risalta nelle sue righe è il considerare l’assoluta interdipendenza tra il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società: “soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deve essere la persona umana, come quella che di sua natura ha sommamente bisogno di socialità”
Da questa interdipendenza sempre più stretta deriva nel mondo intero il bene comune che deve necessariamente portare a condizioni di vita sociale verso la perfezione investendo diritti e doveri che debbono riguardare l’intero genere umano.
(continua)
Papa Giovanni Paolo II dal 1962 al 1965 partecipò alle quattro sessioni del Concilio Vaticano II; egli fu in prisimissima nell'operazione per una nuova apertura del cattolicesimo al mondo moderno e costituì un punto di riferimento nella grande battaglia conciliare per definire la libertà religiosa quale fondamentale diritto dell'uomo.
Egli affermò che "La crisi dell'uomo moderno è soprattutto una crisi di idee, una crisi stessa di persona umana. La storia è guidata dalla cultura e dalle idee che costituiscono la cultura.
Le idee hanno conseguenze e se l'idea di persona umana che domina una cultura è viziata, ci sono solo due possibilità: o quella cultura darà vita ad aspirazioni distruttive o sarà incapace di realizzare le sue più ardenti speranze, pur se espresse nei più nobili termini umanistici".
Woitila in realtà si considerò portatore al mondo intero di una proposta sulla natura della persona, sulle esigenze morali della comunità, sul significato della storia e sulla traiettoria del destino dell'umanità.
La proposta di Giovanni paolo II si basò sul fondamento morale di una società libera basato sulla sua peculiare concezione della natura e della degnità della persona umana la quale non è riservata solo ai cattolici, ma ha una portata universale e vale per tutti.
Nella sostenza egli era convinto che la nostra esistenza scorre su binari ove nessuno si determina da solo, ma è influenzato dalla famiglia, dalla educazione, dalla costituzione fisica, lingua, cultura d'origine, amicizia, vocazione, hobby, convinzioni religiose e filosofiche.
Il viaggio della vita, di ogni vita, scorre su simili binari; questo è un dato della condizione umana, ma la loro ampiezza varia, alcune vite scorrono su binari stretti, altre su binari larghi e Wojtyla ebbe un modo di pensare alla vita su binari larghissimi; fu un uomo di fede che lo portò ad essere uomo fino in fondo.
Questa fede fece sorgere in Karl Wojtyla una grande speranza per l'umanità.
Il corso degli avvenimenti della storia ha dato esempi illuminanti "...Alla lunga, nella storia, il poere spirtiuale vince sulla forza bruta; una nazione privata della propria autonomia politica può sopravvivere come nazione grazie alla lingua, alla letteratura, alla musica, alla religione: in una parola grazie alla sua cultura; la cultura, non la politica o l'economia, è la forza motrice della storia".
La cultura fu un elemento fondante di Wojtyla nella sua Polonia come, d'altra parte lo fu per Sturzo quando a Caltagirone istituì un laboratorio culturale di grande livello attravero un teatro ove organizzò rappresentazioni teatrali e musicali raccontando i fatti e gli avvenimenti del suo tempo toccando pure il tema scottante della mafia.
Non vi è da dimenticare che lo stesso Wojtyla fu attore e protagonista di rappresentazioni teatrali; d'altro canto Sturzo fondò circoli religiosi essendo convinto, come Wojtyla, che la religione fosse una forza inesauribile per l'uomo, un potente motore per la sua vita, per la sua dignità e libertà.
Marcello Figuccio
Presidente CISS di Asti e provincia
I dieci anni di attività del Centro Internazionali Studi Luigi Sturzo di Asti e provincia
- 13 novembre 2007 L’autonomia locale tra decentramento e sussiduiarietà attraverso la 328/2000 e la L.R. 1/2004
- 19 giugno al 16 luglio 2005 Programma in Val Rilate di 7 Concerti di musica classica
- 18 giugno 2005 Luigi Sturzo, le autonomie locali e l’A.N.C.I.
- 27 marzo 2004 Gaudium et Spes – Dignità umana e famiglia
- 30 ottobre 2003 Volontariato e cooperazione sociale
- 7 dicembre 2001 La dottrina sociale della Chiesa in un mondo che cambia
- 23 novembre 2001 La dottrina sociale della Chiesa in un mondo che cambia
- 9 novembre 2001 La dottrina sociale della Chiesa in un mondo che cambia
- 19 ottobre 2001 La dottrina sociale della Chiesa in un mondo che cambia
- 23 febbraio 2001 Corso di formazione per Amministratori, dirigenti e segretari comunali
- 16 febbrai0 2001 Corso di formazione per Amministratori, dirigenti e segretari comunali
- 9 febbraio 2001 Corso di formazione per Amministratori, dirigenti e segretari comunali
- 22 ottobre 1999 Liberi e forti per amministrare con efficienza una città
- 2 maggio 1998 S. Giovanni Bosco e Don Luigi Sturzo – Il Valore della solidarietà
- 11 aprile 1997 Il profitto e ruolo sociale dell’impresa
- 2 maggio 1998 L’attualità della Rerum Novarum di Leone XIII
- 7 dicembre 1996 Economia senza etica è diseconomia